Opere e infrastrutture mai arrivate al collaudo finale e che sono costate all’Italia già milioni di euro. Succede per effetto del trattato di Bengasi firmato nel 2008 da Silvio Berlusconi e Gheddafi. Un accordo per chiudere i conti col passato coloniale in Libia attraverso un maxi risarcimento. Che comprendeva anche autostrade, impianti, servizi pubblici da realizzare a spese dell’Italia a titolo di compensazione per l’occupazione militare. E finanche un sistema informativo e documentale di anagrafe statale. Per il quale oggi il nostro ministero dell’Interno è citato in giudizio e rischia persino di dover pagare alla ditta italiana appaltante un risarcimento milionario.

LAVORI A RATE E’ dicembre del 2005 quando il ministero dell’Interno italiano, dipartimento della Pubblica Sicurezza, firma con la società ‘Business-e’, del gruppo ravennate ‘Itway’, particolarmente attivo nei paesi arabi, il contratto per realizzare “un sistema informativo documentale integrato nazionale presso le strutture dello Stato della Libia. Mediante fornitura e messa in opera di hardware e software di base e d’ambiente, procedure applicative, diffusione, assistenza, formazione e manutenzione”. Praticamente, una fornitura di beni e attività progettuali, per un ammontare complessivo di oltre 6 milioni e 300 mila euro. Da pagare in quattro diverse rate, corrispondenti ai quattro diversi ‘step’ dei lavori.

CANTIERI CHIUSI A dicembre 2006, al primo contratto se ne aggiunge un secondo del valore di 800 mila euro circa. Ci si rende conto, infatti, che in Libia non esiste un servizio per la connessione e lo scambio dati tra le sedi previste nel progetto. E nemmeno per gli impianti di rete locale nelle medesime sedi. La ‘Business-e’ provvede per effetto del secondo contratto, interamente saldato, agli interventi aggiuntivi e realizza la necessaria infrastruttura di networking. I lavori vanno avanti fino alla fine del 2008, quando  i referenti libici cambiano improvvisamente idea sul progetto. Dichiarando di non essere più interessati e di voler provvedere attraverso la propria “Organizzazione governativa” alla realizzazione del CRS-Civil Registry System, l’anagrafe civile. In sostanza, non vogliono più quella della ‘Business-e’.  Il mutato atteggiamento dei libici impone lo stop. I cantieri si fermano. Inspiegabili le loro motivazioni, più di qualcosa non quadra: rifiutano le strutture che stanno realizzando gli italiani, tuttavia chiedono la collaborazione del governo di Roma nelle loro attività progettuali per lo sviluppo dell’anagrafe nazionale. Solo a fine 2010 fanno dietrofront. A gennaio 2011 la ‘Suprema Repubblica Araba Popolare e Socialista di Libia’ scrive, infatti, al nostro ministero dell’Interno e manifesta la volontà di ‘completare le fasi del progetto con l’attiva partecipazione italiana’.

FUORI CONTROLLO Ma la situazione politica in Libia sta precipitando. A febbraio scoppia a Bengasi la rivolta contro il regime di Gheddafi che si estende a macchia d’olio in tutto il paese. Da quel momento avere il controllo in territorio libico è praticamente impossibile. A luglio 2012 si svolgono le prime elezioni libere. Pochi mesi prima, ad aprile, riprendono i rapporti con il governo italiano. Durante un incontro a Tripoli tra il nostro ministro dell’Interno e quello libico viene manifestata la volontà di portare a termine i progetti avviati e sospesi. Tra i quali l’anagrafe civile.

PAGAMENTI CONGELATI Ma il contesto nel paese nordafricano è tutt’altro che pacificato. Anche per il contratto in essere con la ‘Business-e’. Rimasto nel frattempo nel limbo. Tanto che, pochi giorni fa, la società ha citato in giudizio il ministero dell’Interno, ritenendolo responsabile di avere ‘congelato’ il loro accordo negoziale e di non aver pagato tutti i lavori eseguiti. Il risarcimento richiesto è di 2 milioni 750 mila euro. Ad essere stata regolarmente saldata è la prima fattura per lavori collaudati nell’ambito dello step 1. In tutto, quasi 2 milioni di euro. La ‘Business-e’ ritiene però di aver eseguito anche parte delle attività progettuali rientranti negli altri step. Il ministero non ci sta. Sostiene di aver pagato quanto realizzato e che non esiste alcun documento che attesti l’esecuzione e il collaudo delle opere successive. Si andrà avanti, dunque, a colpi di carte bollate.