L’affaire Mitsubishi cresce, e diventa più grave. Perché la casa giapponese ha ammesso di aver manipolato i dati relativi ai test sulle emissioni sin dal 1991, e non solo dal 2013 come dichiarato inizialmente. “I clienti hanno comprato le nostre auto basandosi su dati non corretti riguardo ai consumi di carburante. Non posso fare altro che chiedere scusa”, ha detto il presidente Tetsuro Aikawa ai cronisti durante una conferenza stampa.

La questione diventa più complicata soprattutto perché, rispetto alle 625 mila minicar ufficialmente interessate (di cui 468.000 assemblate per conto della Nissan), ora ci sarebbero molte più auto coinvolte. Quante non è dato sapere, “perché in Mitsubishi non sappiamo su quanti modelli siano stati svolti test inappropriati dal 1991 ad oggi”, ha spiegato il vice presidente Ryugo Nakao. Aggiungendo che l’azienda potrebbe dover restituire gli incentivi statali che erano stati concessi agli acquirenti di minicar con omologazione “fasulla”.

La Mitsubishi ha anche fatto sapere di aver formato una squadra di tre inquirenti indipendenti, per indagare sulle irregolarità compiute nei test sulle emissioni dal 1991 ad oggi. Molto più indietro dunque rispetto al 2002, anno da cui l’azienda aveva dichiarato di non aver più ottemperato agli standard giapponesi. La squadra andrà ad affiancarsi alla task force che sta predisponendo il ministero dei trasporti, per allargare l’indagine sui test relativi ai consumi.

Intanto, il costruttore giapponese ha fatto sapere di non aver deciso ancora nulla riguardo alle commpensazioni per i clienti, argomento di cui sta tuttora discutendo con la Nissan. Sul versante finanziario, invece, qualche certezza ad oggi c’è, e non è per nulla confortante: la “tempesta” che si sta abbattendo sui titoli Mitsubishi da cinque giorni ha quasi dimezzato il valore di mercato dell’azienda, ora pari a 427 miliardi di yen (circa 3,85 miliardi di dollari).