“Pionieri nella pratica e nella promozione dell’omosessualità in Bangladesh”. Con queste parole un gruppo estremista bengalese affiliato ad al Qaeda ha rivendicato su Twitter l’omicidio dell’attivista per i diritti gay Xulhaz Mannan e dell’amico Mahbub Rabbi Tonoy. Due giorni fa Mannan, noto per avere fondato “Roopbaan”, il primo magazine Lgbt del Paese, e Tonoy sono stati aggrediti a colpi di machete all’interno della loro abitazione di Dacca, nella zona metropolitana di Kalabagan. Nell’attacco è rimasto ferito Parvez Mollah, il custode dell’appartamento del fondatore di “Roopbaan”.

Negli ultimi mesi altri attacchi simili hanno portato alla morte di cinque blogger laici e di un editore del Bangladesh. Tra i blogger assassinati c’è Niladri Chattopadhyay, la cui vedova Asha Mone ha raccontato al Guardian di vivere costantemente nella paura: “Non posso condurre una vita normale. Ho paura di viaggiare da sola e ogni nuova uccisione aumenta il senso di paura”.

Per l’omicidio di Mannan cinque persone sono state arrestate, ma Asha Manoe ha denunciato al giornale britannico di non avere “alcun contatto con la polizia o qualsiasi aggiornamento del caso”. E ha aggiunto: “Le menti progressiste vengono soppresse con machete e mannaie. Finché il governo non troverà e incriminerà gli autori, questi incidenti continueranno ad accadere. Sto perdendo la speranza, ma credo di dover sopravvivere per chiedere giustizia”.

L’associazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha chiesto che si inizi immediatamente a indagare sull’assassinio dei due attivisti: “Il governo – ha fatto sapere – deve proteggere gli attivisti e mettere fine all’impunità che accomuna questa catena di crudeli omicidi”. Poco prima di Mannan e Mahbub, ricorda Hrw, erano stati uccisi a colpi di machete anche il professore di lingua inglese Rezaul Karim Siddiq e Nazim Uddin, critico verso il fondamentalismo islamico.