A poco più di tre mesi dalle dimissioni da presidente, arrivate lo scorso novembre, Gianni Zonin e le sue società hanno ricevuto dalla disastrata Popolare di Vicenza nuovi prestiti per un totale di 48 milioni di euro. Dal prospetto informativo dell’aumento di capitale da 1,6 miliardi di cui il fondo Atlante sarà probabilmente l’unico sottoscrittore emerge infatti che il 6 agosto scorso il consiglio di amministrazione approvò all’unanimità un prestito personale da 2,4 milioni per Zonin – ora indagato per aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza – e finanziamenti per complessivi 27 milioni all’azienda agricola Acta, alla tenuta Ca’ Bollani, alla Castello d’Albola e alla Castello del Poggio, da lui controllate. Altri 18,6 milioni andarono alla sua Casa Vinicola Zonin.

In quella fase le azioni della banca era state già svalutate dai 62,5 a 48 euro. La ricapitalizzazione, come emerso nei giorni scorsi, avverrà a un prezzo di 10 centesimi per azione, mentre la quotazione in Borsa sembra destinata a non andare in porto, con il risultato che Atlante diventerà socio unico e l’investimento degli attuali azionisti risulterà azzerato.

Il copione dei prestiti in conflitto di interessi a Vicenza andava del resto in scena ogni anno, annota Il Sole 24 Ore. Che cita come esempio i circa 50 milioni arrivati sui conti di Zonin nel 2014 e gli altri 50 elargiti nel 2013. Non solo: tra il 2014 e il 2015 altri 80 milioni sono stati concessi a Nicola Tognana, consigliere dell’istituto fino a poche settimane fa, e alle sue aziende. Altri 45 milioni li hanno ricevuti le controllate dell’attuale consigliere esecutivo Giovanni Fantoni. Gli ex consiglieri Giovanna Dossena e Giuseppe Zigliotto, entrambi indagati, si sono poi visti erogare ciascuno circa 30 milioni di finanziamenti per le loro società.

Lunedì l’agenzia Moody’s ha definito “negativo” sotto il profilo del merito di credito l’investimento da 1 miliardo di euro di Unicredit e Intesa Sanpaolo nel fondo Atlante, perché “sta acquistando azioni di banche”, come la Popolare di Vicenza, “che sono a rischio di risoluzione“. Moody’s, secondo Bloomberg, concentra l’attenzione soprattutto sull’istituto di Piazza Gae Aulenti, le cui riserve di capitale, rispetto ai minimi regolamentari, sono particolarmente sottili (Cet 1 ratio al 10,73% a fronte del 10% richiesto dalla Bce). Se la quota di Unicredit nel fondo Atlante fosse dedotta dal suo patrimonio di vigilanza “lascerebbe Unicredit con un un più ridotto buffer di capitale rispetto ai requisiti prudenziali”, nota Moody’s, evidenziando il rischio che i sottoscrittori delle obbligazioni at1 (additional tier 1) restino senza cedola. L’investimento in Atlante rappresenta lo 0,26% dei risk-weighted assets (attività ponderate per il rischio) di Unicredit.