Una fiammata di violenza a mano armata, una delle tante. Appena venti secondi di terrore puro. Una scorribanda terroristica nel cuore del rione Sanità. Un’azione militare pianificata e portata avanti con accortezza, competenza e cinica spregiudicatezza. Un piano studiato nei dettagli con una logistica criminale accurata, notizie precise fornite da un network di efficienti specchiettisti e una perfetta copertura in uscita dal bunker delle Fontanelle.

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Osservando la filigrana dell’ultimo agguato sanguinario di venerdì sera a Napoli, Italia, Europa, 2016 dove sono stati uccisi con una gragnola di proiettili Giuseppe Vastarella, 42 anni e suo cognato Salvatore Vigna di un anno più piccolo – nel club privato ‘Maria SS. dell’Arco’ in via Fontanelle al Rione Sanità – covo dello storico clan-familiare dei Vastarella, le considerazioni da fare sono tante, troppe. E’ un medioevo di violenza in cui la città è pericolosamente ripiombata. Una catena inanellata di episodi scollegati tra loro: paranza dei bimbi, agguati, guerre a bassa intensità per conquistare pezzi di vicoli, vuoti di potere, disarticolazione di clan storici, arresti e condanne eccellenti. E’ un impazzimento difficile da leggere. Improbabili bande gangheristiche, facendo leva sull’assenza di una disciplina da clan, assediano muscolarmente e militarmente i territori.

L’elemento dello sbandamento, dell’ imprevedibilità, del non perseguire un vero e reale obiettivo criminale rende l’interpretazione più difficile. A tal riguardo il capo della Procura di Napoli, Giovanni Colangelo, con estrema chiarezza ha spiegato “è tecnicamente impossibile prevedere e impedire episodi del genere”. Questa guerra guerreggiata minaccia da vicino la coesione sociale e mette a rischio la sicurezza dei cittadini e dei luoghi. L’agguato al rione Sanità poteva diventare una strage. Quelle viuzze che si dipanano all’ombra di catacombe e palazzi nobiliari sono abitate, vissute e sembrano il prolungamento dei bassi-abitazioni. Al rione Sanità, come a Forcella ed ai Quartieri Spagnoli, ci si vive addosso.

L’azione militare messa a segno dai killer è un salto di qualità, un punto di non ritorno, un film già visto. Al rione Sanità l’odio, la violenza, la vendetta può raggiungere livelli eversivi con connotazioni terroristiche. I recenti assalti alla Caserma di Secondigliano oppure al commissariato di polizia di Afragola non sono nulla rispetto a ciò che potrebbe accadere nei vicoli del Sanità. Negli anni 1997 e 1998 tra i Misso e i clan, alleati tra loro, Tolomelli e Vastarella scoppiò una cruenta faida. Il conflitto si allargò anche ai gruppi che erano stati i soci fondatori della Nuova Famiglia, l’alleanza che sconfisse la Nco di Raffaele Cutolo. Vecchi rancori e conti da sistemare furono il combustibile di una stagione tragica di sangue a Napoli.

Una guerra che per violenza, efferatezza e odio somigliava per modalità e azione alla pulizia etnica messa in campo dai Corleonesi di Totò Riina. Il culmine si raggiunse con due autobombe. La prima fu sistemata davanti alla casa di un boss a vico Trone, a Materdei. Era il 18 aprile ’98, l’azione fu affidata a un minorenne. Doveva premere il tasto del telecomando non appena l’obiettivo fosse stato presente. Il ragazzino indugiò perché in quel momento transitava una mamma che spingeva il suo passeggino. Un’esitazione figlia di un sussulto di coscienza. Esplose solo la vettura, nessun ferito. Era la prova generale. Trascorrono appena sei mesi. L’attentatuni avviene in via Cristallini al Borgo dei Vergini, alla Sanità. L’auto con molti chili di tritolo è sistemata davanti a un circolo ricreativo dove abitualmente si ritrovavano gli esponenti del clan Misso e Pirozzi. Sono le ore 14 del 2 ottobre 1998. Tredici persone resteranno ferite. Anche in quel caso fu un miracolo. Il boato fu così forte che l’eco arrivò fin al Vomero. Pochi minuti dopo la deflagrazione ricordo solo tanto fumo, sangue, fuggi fuggi della gente e un odore di morte che non mi ha più abbandonato.

In giro sento chiacchiere, intenzioni e grandi riti collettivi di esorcizzazione. Occorrono –lo scrivo almeno da tre anni– segnali tangibili, inequivocabili e strutturali. Bene i militari ma l’intelligent, i confidenti, il lavoro sporco serve, dov’è?. Circolano troppe armi a Napoli. Bisogna colpire i canali dell’approvvigionamento e chi offre servizi (la camorra) alle neo bande gangheristiche. Un altro elemento di contrasto è il sequestro e la confisca delle moto usate per i raid. Attività che le forze dell’ordine operativamente non possono compiere perchè – è assurdo – mancano le depositerie giudiziarie o meglio puntualmente un incendio doloso le distrugge. E’ tempo anche di considerare a una sorta di provvedimento legislativo volto a dare benefici e promozionare una dissociazione generalizzata dei giovani dalle bande di camorra.

Un’occasione concreta per farli fuoriuscire da ambienti altamente criminali, sottrarli dal sistema di morte e salvarli. I giovanissimi che si arruolano sono deprivati, non hanno niente, l’unico codice che conoscono è quello dell’apprendistato della violenza-predatoria. Sanno e sono consapevoli che potranno finire con un colpo in testa. E lo mettono in conto. C’è una depressione sociale, un meccanismo simile ai kamikaze, immolarsi e versare il proprio sangue per i “valori” criminali. Tanto davanti hanno il deserto. La situazione è complessa, difficile e allarmante. Bisogna fare presto. I piani d’azione sono due: messa in sicurezza della città e farsi carico dell’assenza di visibili opportunità esistenziali che coinvolgono almeno tre generazioni di persone.

E’ tempo di resistenza. A poche ore dall’agguato il Nuovo Teatro Sanità di Mario Gelardi era affollato. A fine spettacolo spettatori all’inpiedi ad applaudire e in lacrime a testimoniare che Napoli è un luogo dell’anima. Il giorno seguente, a pochi metri dal luogo dell’agguato al cimitero delle Fontanelle, il pianista Michele Campanella e lo scrittore Maurizio De Giovanni hanno donato loro stessi al rione tra gli applausi di tanti napoletani e turisti. La tirannia della camorra va abbattuta così. Occorre reagire e non può essere una battaglia di solitudine. L’altra città deve farsi carico generosamente di questo pezzo città. Il governo non può solo firmare patti-cambiali, diffondere qualche slide e arrivederci e grazie. Questo che viviamo è il nuovo 25 aprile ed ha i volti del papà di Genny, del papà di Annalisa, della moglie di Maikol, della rabbia della mamma di Davide Bifulco. Il popolo di Napoli non dimentichi la medaglia d’oro al valor civile….