Nelle ricostruzioni storiche di quel periodo c’è chi dice che la Resistenza cominciò proprio da lì. Non dalle montagne dei partigiani, ma dal mare, al largo dell’Asinara. È qui che l’ammiraglio Carlo Bergamini insieme all’equipaggio della corazzata Roma diede per primo l’esempio, perdendo la vita in un attacco aereo tedesco nel tentativo di non far finire le navi della Marina italiana in mano nemica. Era il 9 settembre del 1943, il giorno dopo l’armistizio e la dichiarazione di cessata ostilità verso le forze alleate. Morirono 1393 persone, trascinate nei fondali marini coi resti della nave, nel primo dei tanti sacrifici che portarono alla Liberazione dell’Italia.

carlo bergaminiAnche loro saranno tra le vittime ricordate nelle commemorazioni del 25 aprile: i militari della Marina scomparsi in quei giorni e l’ammiraglio Bergamini, che per la condotta nella sua ultima missione venne insignito della medaglia d’oro al valor militare. Fu celebrato perché “obbedì al più amaro degli ordini” per sottostare alle disposizioni dell’armistizio, prima di inabissarsi con la sua nave distrutta dalle bombe in prossimità delle Bocche di Bonifacio. Il comandante “carico di umanità e amato da tutti”, come raccontano i superstiti, morì nel mare sardo, ma in realtà era un uomo di pianura, nato il 24 ottobre del 1888 a San Felice sul Panaro, nel Modenese.

La sua vita la dedicò tutta alle navi e al mare. Prima all’Accademia navale di Livorno e poi da guardiamarina al servizio della Marina regia sulle navi da battaglia, partecipando alla prima guerra mondiale fino a diventare ammiraglio comandante in capo delle forze navali sulla corazzata Roma, gioiello moderno della flotta militare considerata inaffondabile. Era un uomo rispettato, che aveva fatto dell’onore e dell’obbedienza i suoi principi. E con il suo senso del dovere saldo fino all’ultimo, riuscì a convincere i suoi uomini a seguirlo sempre, anche nei momenti in cui il destino della nazione era più incerto.

Alla vigilia dell’8 settembre 1943 l’ammiraglio ricevette il compito di contrastare gli sbarchi degli alleati in arrivo nel Golfo di Salerno. “Nessuna nave deve cadere in mano né degli alleati né dei tedeschi. Piuttosto autoaffondarsi” comunicava ai suoi in un telegramma, assicurandosi però che non si sacrificasse nessuno del personale. Non era disposto alla resa senza combattere e per lui fu un duro colpo sapere di essere stato tenuto all’oscuro dell’armistizio, di cui apprese solo nel pomeriggio dell’8 settembre dalla radio, quando stava preparando la flotta in partenza da La Spezia. A quel punto, in accordo con il governo, decise di non trasferire subito le navi in un porto controllato dagli alleati, come richiesto dall’accordo, ma di fare tappa alla Maddalena per poi adeguarsi alle clausole dell’armistizio. “Non era questa la via immaginata – disse Bergamini ai suoi uomini prima di salpare – Ma questa via dobbiamo noi prendere senza esitare, perché ciò che conta nella storia dei popoli non sono i sogni e le speranze e le negoziazioni della realtà, ma la coscienza del dovere compiuto fino in fondo, costi quel che costi. Sottrarsi a questo dovere sarebbe facile, ma sarebbe un gesto inglorioso e significherebbe fermare la nostra vita e tutta quella dell’intera nazione e chiuderla in un cerchio senza riscatto, senza rinascita, mai più”.

Salvare l’onore della flotta, a cui aveva dedicato l’intera esistenza, era la priorità per Bergamini e nelle sue intenzioni le navi non sarebbero dovute finire né in mano nemica né tantomeno agli alleati, ma rimanere alla patria a cui appartenevano e per cui avevano combattuto. Alle prime ore della mattina del 9 settembre la corazzata Roma guidava la flotta italiana verso l’isola quando, in prossimità delle Bocche di Bonifacio, arrivò la comunicazione che la Maddalena era occupata dai tedeschi. Allora gli fu ordinato di ripiegare verso Bona, in Algeria, e così diede l’ordine di invertire la rotta. La flotta fu però intercettata dai bombardieri tedeschi, che saputo dell’armistizio, volevano bloccare le navi prima che si consegnassero agli alleati. Alle 15,30 la corazzata Roma venne spezzata in due dalle bombe aeree e l’ammiraglio Bergamini, il comandante Adone Del Cima e la maggior parte dell’equipaggio finirono in mare insieme alla nave al largo dell’Asinara in poco meno di 40 minuti. Il relitto rimase sepolto in fondo al mare per quasi settant’anni con i corpi mai restituiti delle vittime, fino a quando nel 2012 venne rinvenuto a mille metri di profondità da un team di ricerca. Tuttora rimane il simbolo, custodito per sempre dalle acque, della Resistenza italiana nel Mediterraneo.