Potremmo star qui a parlare della bella idea di riportare in televisione un programma leggendario come il Rischiatutto di Mike Bongiorno. Potremmo esaltare l’operazione nostalgia, il recupero di una tv che non c’è più, la naturale predisposizione per Fabio Fazio per questo genere di trasmissioni. Potremmo, appunto, e in parte sarebbe anche giusto. Perché da Anima Mia in poi, Fabio Fazio ha sempre dimostrato di saper maneggiare l’immaginario collettivo del passato, di saperlo rianimare con un certo piglio contemporaneo.

Con il Rischiatutto, però, qualcosa deve essere andato storto, visto che la puntata di giovedì sera piena di vip e concorrenti storici (dalla signora Longari a Maria De Filippi), è stata deludente assai. Il grande assente di una serata all’insegna dell’amarcord più spinto è stato il ritmo. Una liturgia lenta come la messa della notte dei Pasqua dei neocatecumenali, un’operazione di archeologia televisiva che ha avuto un senso solo per mostrare al pubblico l’evidente gioia di Fazio nel realizzare un suo sogno. Siamo contenti per lui, ci mancherebbe, ma l’altrettanto evidente fallimento dell’operazione va analizzato bene e spiegato ancora meglio.

Perché la nostalgia può fare tenerezza, beninteso, ma poi c’è da fare i conti con la televisione di oggi e soprattutto con il suo ritmo. I tempi del Rischiatutto forse non sono adatti al pubblico critico dei tempi nostri. I risultati dell’Auditel sono stati trionfali: oltre 7,5 milioni di spettatori, più del 30% di share. Un trionfo numerico, in un’epoca in cui cifre del genere non sono così frequenti. Bene, bravi. Ma il ragionamento non cambia di una virgola. Non si tratta di una analisi della qualità del prodotto televisivo, perché di questi tempi non c’è mica tutta questa qualità sul piccolo schermo, ma dei tempi di fruizione del pubblico della social tv. Non è il paese reale, lo sappiamo già, perché magari le nostre nonne si saranno persino divertite a rivedere la Longari o Fabbricatore, ma è comunque il target più pregiato soprattutto per una Rai come quella sognata da Campo Dall’Orto. Perché nulla è più distante da questo sogno di quello che abbiamo visto ieri sera su RaiUno.

Paradossalmente, la colpa è stata in larga parte degli ospiti vip. Maria De Filippi, Christian De Sica, Fabio De Luigi, Vincenzo Salemme, Fabrizio Frizzi e Lorella Cuccarini hanno interrotto in modo sacrilego la liturgia del telequiz con le battute, i siparietti (alcuni riusciti, altri molto meno), il buttarla continuamente in caciara. Il quiz, e soprattutto il quiz di Mike Bongiorno, era una precisa serie di momenti sempre uguali, che magari oggi possono sembrarci noiosi ma che all’epoca servivano a fidelizzare il pubblico e soprattutto a dare al format una sua precisa e facilmente riconoscibile identità.

Stasera si replica, e stavolta con concorrenti “normali”. Magari andrà meglio (anche perché peggio è dura davvero), magari Fabio Fazio saprà finalmente riesumare il cadavere del telequiz vecchio stampo. Ci sarà persino Fiorello a dare una mano, visto che lo scontro sarà con l’orrido (ma ritmato assai) Ciao Darwin di Paolo Bonolis su Canale5. Il rischio è che, complice l’Auditel, venga fuori la falsa convinzione che Ciao Darwin rappresenti una tv migliore di quella incarnata dal redivivo Rischiatutto. E non è così, almeno non in teoria. Ma visto che “la pratica rompe la grammatica”, se un programma storico della Rai lo riproponi senza tenere conto dei cambiamenti radicali del pubblico televisivo, il risultato è un polpettone indigeribile che ti si ripropone durante la notte e ti costringe ad abbuffarti di Maalox Plus.

Anche se dovesse andare male, la Rai non deve però compiere l’errore di buttare il bambino con l’acqua sporca. Laura e Paola, pur perdendo due delle tre sfide contro Bonolis, ha dimostrato che il recupero dei generi televisivi del passato è una missione tutt’altro che impossibile. Va fatto, però, tenendo conto del pubblico che ti guarda da casa, altrimenti diventa una seduta di onanismo compulsivo per addetti ai lavori, magari ultracinquantenni, che guardano il programma con gli occhi lucidi, si danno amichevoli pacche sulle spalle e rimembrano i tempi andati, ripensando alle minigonne di Sabina Ciuffini, alla leggenda della Longari che cascò sull’uccello, al Signor No, all’omino della sigla. Tutto bello, per carità. Tutto meritatamente incastonato nella storia della televisione italiana. Ma la tv oggi è altro e soprattutto è altrove. Qualità, recupero del passato e contemporaneità non sono concetti inconciliabili, e proprio Fabio Fazio lo aveva dimostrato brillantemente con Anima Mia. Il nuovo Rischiatutto è un mezzo passo falso che deve servire da lezione. Possiamo anche accettare il recupero di vecchi programmi, visto che di idee nuove sembrano non essercene così tante per i corridoi della tv italiana. Ma va fatto bene e soprattutto va fatto rendendosi conto che siamo nel 2016, non nel 1970.