Ci sono due grandi bugie, “due grandissimi errori”, nella copertura riservata dalla stampa italiana al caso di Giulio Regeni: ne è convinto Glen Rangwala, collega e grande amico del ricercatore friulano ucciso in Egitto, oggi a Cambridge alla manifestazione per la verità organizzata da Amnesty International, sindacati, partito laburista e con una sorta di “incursione” dei Fratelli Musulmani esuli nel Regno Unito, venuti con i loro striscioni. “Il primo grande errore – spiega a ilfattoquotidiano.it – è che Giulio viene presentato come se fosse stato un ragazzo politicamente impegnato. Giulio non era un attivista politico ma era un uomo di scienza, lì per studiare gli aspetti economici e sociali. Punto secondo – continua – è che lui non era lì sotto copertura, non lavorava segretamente per qualcun altro ma faceva tutto apertamente e non aveva segreti. Vedeva le persone, le intervistava, spiegava sempre quello che stava facendo. Lui non era assolutamente minaccioso o pericoloso”.

Rangwala, responsabile degli studi sul Medio Oriente al dipartimento di Politics and International Studies dell’Università di Cambridge, dopo le dichiarazioni alla nostra testata sarebbe poi tornato a dire molte di queste cose di fronte a una platea eterogenea, un totale di 200 persone che si sono ritrovate, sfidando la pioggerellina inglese, vicino alla piazza del mercato dell’antica città accademica nel cuore dell’Inghilterra, a nord di Londra. “Giulio – riprende Rangwala – era una persona estremamente impegnata e interessata a capire le logiche del Medio Oriente. Poi va anche detto che lui non era lì allo sbaraglio. Era molto attento e molto consapevole dei rischi. E conoscendolo posso dire apertamente che lui non avrebbe mai corso rischi e pericoli inutili. Lo vedevo ogni giorno e ogni giorno mi stupiva per la sua cultura, per la sua preparazione e anche per la sua simpatia, essendo capace ogni mattina di salutarmi scherzosamente in arabo, usando ogni volta parole diverse”.

Ma c’è anche un altro punto fondamentale nella vicenda, così come ricostruito dallo stesso Rangwala: “Giulio Regeni non era lì impreparato, come invece molti hanno detto e scritto, e del resto chiunque voglia andare in certi Paesi deve fare tanta ricerca in anticipo, soprattutto su come rimanere al sicuro e su come agire in pace e tranquillità. Giulio questa ricerca l’ha fatta, anche qui a Cambridge. Aveva parlato in anticipo con tante persone ed era stato reso consapevole dei rischi. Il mio amico e collega era stato ben formato prima di andare lì. E ora noi siamo qui a chiedere giustizia e verità, perché la merita”.

La manifestazione di Cambridge, anticipata alla stampa qualche giorno fa, è stata voluta soprattutto da Amnesty International, che da anni chiede il rispetto dei diritti umani in Egitto. “Il messaggio è semplice – spiega a ilfattoquotidiano.it Liesbeth Ten Ham, responsabile della sezione di Cambridge City dell’associazione – e noi siamo qui anche per fare comunità, perché Giulio Regeni era un componente della comunità locale, studiava e lavorava qui. Noi vogliamo la verità per la sua famiglia, per i suoi parenti e per i suoi amici. E vogliamo che il governo britannico faccia qualcosa di più. Innanzitutto rispondendo alla raccolta firme, che ha già superato la soglia delle 10mila sottoscrizioni, e che quindi deve trovare per legge una risposta. Se arriverà alle 100mila sottoscrizioni, come ci auguriamo, poi dovrà essere obbligatoriamente trattata dal parlamento di Westminster”. Ma quello di Regeni è un caso che va oltre “e che abbraccia tutta la questione dei diritti umani in Egitto. Sappiamo di processi non giusti e di condanne a morte che seguono questi processi. Si faccia qualcosa”.

Dello stesso parere anche Daniel Zeichner, parlamentare laburista per il seggio di Cambridge. Parlando con il nostro sito, Zeichner loda il governo italiano e bacchetta quello britannico. “Il governo italiano sta affrontando seriamente la questione – spiega – mentre l’esecutivo del Regno Unito è stranamente molto prudente. Questo non dovrebbe neanche essere un caso internazionale complicato, ma è un caso di libertà accademica, libertà mancata di fronte alla quale il nostro governo a Londra dovrebbe sentirsi sconvolto e oltraggiato. Non si possono barattare i discorsi umani con le esigenze del business e del commercio”, conclude il deputato laburista.

E a Cambridge, a pioggia iniziata, si fanno vedere anche i Fratelli Musulmani in esilio nel Regno Unito. Portavoce è Mohamed Soudan. L’etichetta ufficiale è quella del Freedom and Justice Party, guidato in precedenza dall’ex presidente (in carica dall’estate del 2012 a quella del 2013 ) Mohamed Morsi. “Siamo qui per supportare le famiglie e gli amici di Regeni contro questo crimine”, spiega al Fatto.it Soudan. “Regeni era in contatto con i sindacati e siamo convinti che sia stato ucciso da qualcuno per impedire agli stranieri di interferire con le cose interne. Questo è stato un esempio, un avvertimento: cari stranieri, non interferite. E io personalmente sono molto pessimista su come andrà a finire questo caso”.