*Massimo De Micco

Una volta si diceva: “Fermate il mondo, voglio scendere”. Ora non è più possibile, almeno a Firenze. Le fermate degli autobus sono appaltate a sponsor che vengono menzionati sul cartello come se la fermata fosse loro. Si sale a “Laboratorio di analisi Taldeitali” e si scende a “Rosticceria Pincopallino”. Anche la voce artificiale che segnala le fermate si è adeguata al nuovo corso e invece dei nomi di strade e piazze scandisce la nuova toponomastica.

Toscana_Firenze1_tango7174-630x277

Quella voce, a cui non si riesce ad insegnare la corretta pronuncia delle vocali aperte e chiuse, ha invece capito al volo l’aria che tira e dà l’impressione di mangiarsi apposta Leopoldo e Gualfredotto, mentre scandisce con compunzione “Istituto-Pico-della-Ficattola-recupero-anni-scolastici”. Perché di vero cambiamento di regime si tratta: dalla retorica liberalnazionale che intitolava strade e piazze a chi si distingueva nelle arti, nelle scienze, nelle lettere, ma a anche e soprattutto nelle guerre, subentra il capitalismo nudo e crudo, senza altri intermediari che non siano assessori e faccendieri.

A fronte del vertiginoso aumento dei biglietti e delle devastazioni operate dalla tramvia e dalla tav, questo sembrerà un fatterello e lo è, ma fatterelli come questo gettano luce su una concatenazione di eventi che non può essere casuale. La sponsorizzazione delle fermate è cominciata prima ancora dell’appalto delle linee urbane e della sostituzione di molte di esse con una tramvia Gest…ita dai francesi, si può dire anzi che abbia fatto da apripista alla privatizzazione del pubblico e alla gentrificazione dello spazio urbano.

Subito dopo c’è stata la privatizzazione della compagnia di trasporti, che pareva impossibile ma fu dichiarata legittima attaccandosi a un codicillo riesumato dalla figlia di un banchiere. Quella ragazza ha fatto strada e adesso siede nel governo che ha abrogato lo Statuto dei lavoratori e la Costituzione. Bisogna ammettere che ha un bel sorriso, probabilmente anche lei va da quel bravo dentista sui Lungarni (non me ne voglia, è anche il mio) che si è accaparrato una fermata che poteva essere intitolata al Grande Navigatore, all’Archivio di Stato, a Montale che poco più in là componeva le sue raccolte.

Ma la città non è un dentifricio, non bastano uno smalto perfetto e gengive poco infiammate a dare conto della complessità e della stratificazione che la intessono. Certo, qualcosa dovrà cambiare nella toponomastica fiorentina perché questa città parli al mondo contemporaneo anche con i nomi di strade e piazze, ma cosa è che il mondo ricorda meglio? Chiese palazzi tumulti e antiche botteghe, o telefonia pizzerie e parrucchieri? Si cancellino pure le targhe di certi vialacci intitolati a cappellani clericofascisti e a condottieri allo sbaraglio, mettiamo qualche donna al posto di certi commendatori che si sono comprati una piazza da morti come si erano comprati la commenda da vivi, scriviamolo nel marmo che certi caduti hanno fatto male a cadere, ma non si barattino le Pinzocchere o i Ciompi con Carrefour e la Coop!

Non si tratta di chiudere Firenze “entro la cerchia antica”, né di ripulire la città perché ritorni “small, and clean and white”, questa è la retorica del degrado che accompagna e serve la gentrificazione. Chi ha letto Pinocchio non ha nessun rimpianto della Firenze delle botteghe, perché sa che vita facevano Geppetto e Mastro Ciliegia quando ancora non c’era l’Ikea. Non si tratta neppure di criminalizzare l’affissione, che ha già poco spazio a Firenze come comunicazione politica e sociale. A Firenze il mezzo di trasporto è il messaggio: l’autobus, il taxi “solidale” decorato con sguaiate contraffazioni del disegno infantile, il tram esibito con protervia sulle macerie dei viali che sono stati rivoltati per farcelo passare.

Qui si è sperimentata in anteprima per l’Italia una mostruosa commistione tra vita cittadina e advertising: il fatto che non si possa più andare in autobus alla Stazione di Santa Maria Novella perché per arrivare ai treni ci si deve imbarcare sull’autobus che conduce a “Fratelli Ammore Pizzeria Forno a Legna” la dice lunga su come il renzismo ha ridotto questa città molto prima di diventare un problema italiano. E dispiace anche per quei pizzaioli, che sudano per alimentare un fuoco che sappia di bosco e di casa e poi si ritrovano ad essere i testimonial di una città virtuale, insipida e piatta.

*attivo in Palazzuolo Strada Aperta