C’era un tempo in cui un’impresa impiegava decenni prima di arrivare ad occupare una posizione dominante su un qualsiasi mercato ed una volta arrivata in cima era destinata a restarvi incontrastata per interi lustri.

Quel tempo non c’è più.

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Twitter ha appena festeggiato i suoi primi dieci anni di vita, Airbnb non ci è ancora arrivata, Uber e Whatsapp esistono da poco più di un lustro e l’elenco dei protagonisti-ragazzini del mercato della cosiddetta app-economy potrebbe proseguire ancora a lungo.

E ciascuno di loro, oggi padrone incontrastato della prima schermata dei nostri smartphone e dei nostri tablet e, per questa via, protagonista indiscusso del nostro quotidiano è destinato a restarlo fino a quando non troveremo qualcuno – o, meglio, qualcosa – più facile da usare, più cool, dotato di maggior appeal.

Poi un tap più lungo di quelli con i quali normalmente attiviamo queste app ed iniziamo ad utilizzare i relativi servizi, farà apparire una “x” e prima trascineremo la relativa icona giù, in fondo, nella terza o quarta schermata del nostro smartphone, nel cimitero dell’app o, peggio ancora, la cancelleremo per sempre.

Salvo poche eccezioni quelli per le nostre app e per i relativi servizi sono, infatti, passioni intense ma fugaci, innamoramenti stagionali suggeriti più dal passaparola digitale che dalla pubblicità ed amori che si consumano in fretta o, almeno, enormemente più in fretta di quelli che hanno sin qui contraddistinto il rapporto tra i consumatori ed i grandi produttori e distributori di beni e servizi operanti nel mondo fisico.

Basti pensare ai primi nove tasti del telecomando delle nostre TV assegnati, più o meno agli stessi canali da decenni, alle prime nove case automobilistiche tra le quali ci ritroviamo ciclicamente a scegliere l’automobile da acquistare, ai supermercati nei quali andiamo a fare la spesa o al giornale che leggiamo da sempre.

Ma anche questo elenco, come quello delle società-ragazzine produttrici delle app che campeggiano sui nostri smartphone potrebbe continuare ancora a lungo.

Eppure a leggere le nuove contestazioni che la Commissione europea ha indirizzato ieri a Google in relazione al sistema operativo Android sembrano suggerire senza mezzi termini, né esitazioni che meno di dieci anni – tanti ne ha il robottino verde del marchio di Android, probabilmente più del suo nome – oggi possono bastare a conquistare un mercato ed arrivare tanto in alto da ritrovarsi addirittura a poter abusare della propria posizione dominante in danno di consumatori e concorrenti, trattando gli uni e gli altri come una mandria di buoi costretta a correre in una sola direzione per colpa di staccionate contrattuali e digitali alzate a destra e a sinistra.

Ma è davvero così?

Davvero quel mercato che a lasciarlo scorrere sugli schermi dei nostri smartphone e tablet sembra tanto liquido, aperto e volatile è, invece, tanto chiuso, colonizzabile e fragile come suggerisce con la sua azione la Commissione europea che rimprovera a Google di aver abusato della propria posizione dominante per fare in modo che sugli smartphone di mezzo mondo ci fossero sempre e comunque le proprie app?

La questione è troppo complessa e delicata per provare ad avanzare ipotesi in un senso o nell’altro senza disporre di tutti i dati, le informazioni e gli elementi che la Commissione europea ha raccolto sin qui e raccoglierà nel corso dei prossimi mesi.

E’ ovvio, infatti, che in un’Europa sempre più connessa proprio attraverso app, smartphone e tablet la libertà del relativo mercato è un presupposto indefettibile per uno sviluppo non solo economico ma anche e, soprattutto, sociale, culturale e democratico sostenibile. Se non c’è libertà in quel mercato dal quale dipende e dipenderà sempre di più la nostra esistenza cittadini ed utenti – e non viceversa – non c’è e non ci sarà libertà nei nostri Paesi.

Grande rispetto ed attenzione, dunque, per il procedimento dell’antitrust europea. Sin d’ora, però, val la pena di mettere in fila qualche sospetto al solo fine di lasciarlo poi fugare dal tempo, dalla Commissione europea e dai fatti.

Il primo.

Negli ultimi anni si registra una singolare concentrazione di eventi – forse figlia solo dei tempi – nei quali l’Europa, attraverso le proprie leggi e la loro applicazione, sembra, a tratti, “accanirsi” contro i giganti del web a stelle e strisce: il grande tema della web tax, quello del trasferimento all’estero dei dati personali [con l’annullamento della famosa decisione della Commissione Ue sul Safe harbour da parte della Corte di Giustizia, ndr], quello della celeberrima sentenza sul diritto all’oblio e, ora – ma già prima di ora – l’antitrust di Bruxelles in marcia contro Google.

Tutte queste iniziative, sebbene con sfumature diverse, pur essendo di matrice strettamente giuridica, appaiono contaminate da un approccio politico che, talvolta, lascia in bocca lo spiacevole sapore dell’anticolonialismo.

C’è da augurarsi che si tratti di una percezione casuale, errata e distorta perché dovrebbe, ormai, essere chiaro a tutti che mercati e società sono globali e che la politica di un Paese ricco come l’Europa dovrebbe impegnarsi a fondo per porre i propri cittadini ed imprenditori nelle migliori condizioni possibili per primeggiare sui nuovi mercati più che provare anacronisticamente a difenderli, in maniera inesorabilmente episodica, a colpi di leggi e sentenze.

Il secondo.

Siamo sicuri che le regole antitrust di ieri, siano ancora adeguate a governare un mercato nel quale si arriva in cima e si precipita sul fondo assai più rapidamente di quanto non accedesse in passato?

Il terzo ed ultimo.

L’Europa e le sue istituzioni sembrano preferire – ma forse è solo colpa degli strumenti di cui non dispongono – agire ex post, quando il recinto è ormai aperto ed i buoi scappati anziché prevenire il realizzarsi di eventi e fenomeni che poi, loro stesse, giudicano gravi e preoccupanti.

Ci sono voluti dieci anni ed una sentenza della Corte di Giustizia dell’unione europea – senza dire del ciclone datagate – per mettere nero su bianco che gli Stati Uniti non potevano – e forse non possono – essere considerati un approdo sicuro per i dati personali degli europei.

E ora se le ultime accuse mosse dalla Commissione europea a Google fossero fondate, significherebbe che ci sono voluti oltre cinque anni per accorgersi che un gigante stava colonizzando un mercato tanto centrale per il futuro europeo come quello delle app e degli smartphone.

Preoccupante anche questo, forse più dei tentativi di un’impresa – veri o presunti – di accaparrarsi un mercato.