Sciolto il Comune di Brescello, provincia di Reggio nell’Emilia, per infiltrazioni mafiose. Italia capovolta e unita. Nel male più che nel bene. Insomma: come se il parmigiano-reggiano fosse prodotto in Sicilia o la mozzarella sulle Alpi. Come se improvvisamente si scoprisse che Totò Riina è il maggior investitore della Borsa di Milano.

Alfano ha firmato il decreto, il Consiglio dei ministri ha approvato, il Presidente della Repubblica firmerà a breve. Ben fatto. Era ora. Le statue in bronzo di Peppone e don Camillo, ai due lati di quella simbolica piazza italiana, chiesa e municipio che si guardano in cagnesco, non possono impallidire o piangere, ma se potessero lo farebbero e farebbero bene. La storia di questo pacifico paese della Bassa reggiana è nobile, orgogliosa, rivendica le sue radici letterarie e civili. Ma nel recente passato è cambiata. E ha incontrato il mostro. Ora lo ha davanti e deve affrontarlo. Guardarlo negli occhi, non far finta che non ci sia.

Sospese le elezioni comunali, se ne riparla fra 18 mesi, dopo il commissariamento e – come impone la legge al commissario – la rimozione delle cause delle infiltrazioni mafiose. Cade un “mito” civile italiano? No, viene riconosciuto un fatto evidente che da almeno 15 anni molti si ostinavano a negare, soprattutto nella politica locale, e ricomincia (riparte) una storia civile nel cuore dell’Italia migliore. Negava perfino il parroco, don Evandro Gherardi, il discendente in linea diretta del prete di Guareschi: “Un bravo cristiano”, diceva nei giorni delle polemiche del boss Grande Aracri, cittadino condannato in via definitiva per reati di mafia. “Fa le elemosine e viene a messa”, come un prete delle campagne siciliane degli anni 60, “non ho le prove che qui si paghi il pizzo, e gli amministratori collusi con la mafia? Non mi pare”, dice ancora ora, dopo lo scioglimento del Comune, don Gherardi.

Hanno negato in molti, per anni. Nel Pd – spaccato a metà – di questa Emilia di grandi tradizioni civili, non tutti ammettevano o rimuovevano. Per vergogna, per paura, per imbarazzo e in qualche caso perché molti avevano scambiato un boss mafioso, di mestiere imprenditore edile, per una persona “gentile” e “onesto lavoratore”. Lo disse Marcello Coffrini, giovane sindaco, che per questo si è dovuto dimettere nel giugno scorso. Francesco Grande Aracri vive da decenni a Brescello-Cutrello, quartiere abitato da soli cutresi, e costruito grazie a una variante al piano regolatore di qualche decennio fa.

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Io questa storia l’ho vista nascere e crescere male. Lo avevo visto, perché sono un cronista siciliano e la rimozione del “problema” la conosco. Una domenica, quando ancora il bar don Camillo non era gestito come ora da emigranti cinesi, quello accanto al municipio, quello dove molti andavano a comprare le pastarelle, il titolare fece una protesta isolata ma clamorosa contro una richiesta di estorsione. Lasciò le saracinesche del negozio chiuse e scrisse un biglietto che era un grido di dolore: “Chiuso per mafia”, era domenica 21 settembre 2002. Allora facevo il capocronista alla Gazzetta di Reggio (gruppo Espresso-Finegil) e facemmo una pagina intera di “primo piano”. Con cronaca e intervista all’allora sindaco Ermes Coffrini, avvocato, padre del Marcello dimessosi nel giugno scorso: “E’ fango gratuito sul paese. Denuncerò il negoziante e lo faccio chiudere”, disse furioso Coffrini senior al giornale. Negò che la mafia fosse presente a Brescello. E aggiunse: “Grande Aracri? Si è sempre comportato bene, ha fatto anche lavori edili a casa mia”. Ora, se il comune non fosse stato sciolto, avrebbe presentato una sua lista civica.

Perché negava? Non lo so. Questa storia l’ho già raccontata su queste pagine web. Più volte. E sono stato querelato per diffamazione. Ne riparliamo in tribunale.