Prosegue la discesa dell’Italia nei rapporti internazionali sulla libertà di informazione.
Su 180 nazioni prese in esame dalla prestigiosa associazione Reporters sans frontières, con base in Francia, l’Italia occupa la 77^ posizione rispetto alla 73^ dell’ultimo rapporto.
Il fondo della classifica vede, non a caso, nazioni quali la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al Sisi, l’Etiopia, la Cina, il Messico, le Filippine, la Siria.

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Le ragioni che continuano a “condannare” l’Italia sono in parte strutturali ed in parte legate alla crescita delle minacce contro i cronisti che tentano di fare luce sulle “Periferie” del crimine, delle mafie, della corruzione. Le ragioni di lungo periodo sono legate alla mancata risoluzione del conflitto di interessi tra politica e media, non risolto dalla ipotesi di nuova legge, anzi aggravato dalla cosiddetta riforma della Rai che, non solo ha confermato il controllo politico sul consiglio di amministrazione, ma ha anche introdotto la figura dell’amministratore delegato indicato dal governo di turno.

A questo quadro si aggiungono le continue minacce di legge bavaglio, l’annunciata stretta sulle intercettazioni, la previsione del carcere per il reato di diffamazione e l’aumento dei casi di cronisti minacciati e costretti a vivere sotto scorta, almeno 50 secondo i dati forniti dall’associazione Ossigeno per l’informazione.
La relazione conclusiva preparata dalla commissione antimafia, e votata dai deputati, documenta centinaia di casi di intimidazione.

Le cosiddette “querele temerarie” rappresentano la vera arma impropria usata per intimidire editori e giornalisti.
Il governo e il Parlamento non hanno voluto contrastare un fenomeno o che, in Italia, ha assunto aspetti patologici, legati alla forte presenza della criminalità di stampo mafioso e alle collusioni con pezzi della politica e delle istituzioni.
Di fronte a questa emergenza e alla sostanziale riduzione del diritto di cronaca e dunque del diritto del cittadino ad essere informato, una parte della politica pensa di rispondere con una “Stretta” sulle intercettazioni che, evidentemente, disturbano di più rispetto alle minacce di mafiosi e corrotti contro la libertà di informazione.

Nei prossimi rapporti scenderemo ancora, ma basterà dare la colpa ai “gufi” o a qualche altro animale e tutto sarà risolto!