Inutile nascondersi che il risultato del referendum di domenica è stato piuttosto deludente. Tuttavia occorre valorizzare quel 32% di persone, soprattutto giovani, che hanno voluto esercitare il proprio diritto/dovere civico nonostante l’aperta istigazione all’antipolitica proveniente da Renzi e dalla sua cricca. La battaglia per la democrazia è appena cominciata ed avrà un suo momento fondamentale di arrivo nel referendum di ottobre. Pur nel suo esito deludente quello di domenica ha avuto il merito di chiarire, specie ai milioni che hanno votato sì, qual è oggi l’autentica posta in gioco: partecipazione democratica o totalitarismo di mercato. Da questo punto di vista il suo valore pedagogico è stato enorme, ma è necessario lavorare duramente nei mesi che ci separano da ottobre per consolidarlo ed estenderlo.

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Per arrivare preparati a tale storico appuntamento occorre fare chiarezza sulle forze in campo. Cominciamo dal Movimento Cinque Stelle, che rifugge, per certi versi giustamente, da una collocazione nei termini classici destra-sinistra. Ciò risponde a una logica precisa e ha delle motivazioni altrettanto precise. In primo luogo, l’aspetto per molti versi nuovo delle contraddizioni che vive la società rende obsoleto lo strumentario tradizionale della sinistra che pure affermava in tempi passati la sua vocazione al cambiamento. Poi, e sopratutto, il fatto che tanta sinistra, passata nelle istituzioni, vi ha fatto una figura a dir poco vergognosa, sia dal punto di vista dei risultati davvero trascurabili raccolti che da quello della scandalosa rincorsa di appannaggi e vitalizi. Infine, la portata oramai molto limitata della definizione dal punto di vista della sua forza evocativa. Basti pensare che perfino Renzi ed Hollande si dicono di sinistra.

Ciò non toglie che alcuni contenuti e valori tradizionalmente appannaggio della sinistra mantengano, anzi aumentino, la loro importanza alla luce delle contraddizioni del mondo odierno, dominato da un capitalismo che porta con sé, per parafrasare Jaurès, guerra e crisi come il vento porta la tempesta. Su molti di questi contenuti il Movimento Cinque Stelle sta dando un contributo importante, proprio perché, come non ho mai mancato di rilevare, pur nel fuoco delle polemiche che mi hanno fatto scontrare con questa o quella scelta concreta del suo gruppo dirigente, esso è espressione di genuine istanze di base. Di un popolo italiano, umiliato dai governi e tradito dalla sinistra “di opposizione” che non ha saputo fare bene il suo mestiere.

Occorre quindi cercare ad ogni costo convergenze e battaglie comuni con il Movimento su molti temi. Senza peraltro abbassare il tono della critica su altri aspetti francamente insoddisfacenti della loro analisi politica, come l’enfasi posta prevalentemente sulle colpe della “casta”, che pure va colpita moralizzando e democratizzando la politica, ma tenendo conto di quelle, ben maggiori, dei suoi padroni, cioè del capitale finanziario internazionale e nazionale. O le ambiguità sulle questioni relative ai migranti, ispirate probabilmente dal fallimentare intento di pescare in qualche modo nello stesso fango in cui sguazzano, con molto maggiore consapevolezza e coerenza, formazioni come la Lega Nord.

Questioni certamente non secondarie. Ma il punto centrale di discussione è, come detto, quello della democrazia. Siamo di fronte a pericoli gravi per la democrazia in Italia. Alla promozione dell’astensionismo referendario e alla volontà di non riconoscere per nulla la volontà popolare nel caso dell’acqua pubblica, si accompagna il modello Marchionne sui posti di lavoro e naturalmente la deforma costituzionale che, unitamente alla legge elettorale, vuole consegnare tutte le istituzioni in mano a un partito di notabili e clientele, il Pd, oramai definitivamente trasformato in Partito della Nazione. Ci riusciranno? Non credo. Quello della difesa e dell’ampliamento della democrazia costituisce però oggi un punto essenziale. E si applica sia sul terreno generale che all’interno di partiti e movimenti. Solo la democrazia, sia all’interno che all’esterno, cioè l’apertura nei confronti non delle lobby ma dei movimenti sociali, può consentire il pieno dispiegamento delle potenzialità di ogni formazione politica che si proponga di raccogliere ed esprimere giuste esigenze sociali. Per togliere dalle ali il piombo che non consente il pieno dispiegarsi dell’alternativa, oggi più che mai necessaria, alla fallimentare partitocrazia subalterna ai poteri forti che sta demolendo l’Italia.