Nessuna legge vieta di sedersi a tavola in un ristorante con un gruppo di amici e mettersi a mangiare gli spaghetti con le mani. È però quasi scontato che i commensali, dopo l’iniziale stupore, invitino il maleducato a farla finita e che, in caso di rifiuto o recidiva, smettano di invitarlo a cena. Un po’ perché quel comportamento fa loro schifo e un po’ perché non fa piacere a nessuno farsi vedere in giro con chi dimentica così platealmente le buone maniere.

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Pur in assenza di pandette, articoli e codici scritti, in casi come questi, scatta la riprovazione sociale. Allo stesso modo chi fonda, o fa parte di un circolo, può invece stabilire delle regole: nel club degli amanti della pittura si può per esempio rendere obbligatoria la cravatta rossa, blu o gialla. Oppure si può decidere che non parteciperà alle periodiche riunioni degli appassionati dei pennelli il socio che la cravatta non se l’è prima levata.

Per questo fa davvero sorridere vedere il ministro per i Rapporti col parlamento, Maria Elena Boschi, dire: “Dobbiamo cercare di arrivare a avere una legge sulle lobby” (Porta a Porta, 5 aprile). E non, intendiamoci, perché non serva una severa normativa sui portatori di interessi. Il caso di Federica Guidi e dei suoi amorevoli legami con la Total attraverso il quasi marito denuncia una volta ancora che una legge del genere serve, eccome.

Dispiace invece che Renzi e i suoi ministri, in attesa delle norme bloccate in parlamento da due anni, non abbiamo scelto di fare tutto da soli. Questa strada è perfettamente percorribile. Lo dimostra il socialista Riccardo Nencini, che proprio nell’esecutivo Renzi, è viceministro ai Trasporti. Nencini, senza che nessuno lo ordinasse, ha messo online la sua agenda elettronica e la aggiorna ogni venerdì. Sul documento virtuale vengono annotati gli incontri con i lobbisti, la loro durata e la loro motivazione. In questo modo ogni elettore può rendersi conto da solo se i provvedimenti presi dal viceministro sono frutto di quei faccia a faccia. E gli altri portatori di interessi possono facilmente scoprire se il responsabile dei Trasporti ha visto un loro concorrente e sono in grado di chiedere un appuntamento con lui.

Ovvio, non siamo ingenui. Sappiamo bene che Nencini muovendosi su base volontaria, potrebbe benissimo non segnare alcuni appuntamenti. Potrebbe mentire, omettere. Ma è proprio qui che interviene il potere del premier. Il primo ministro di un governo che vuole allontanare da sé l’accusa di essere al servizio delle lobby, non ci mette più di mezza giornata a stabilire delle regole. Vuoi far parte di questo governo? Bene, pubblichi on line la tua agenda, ti impegni a dare le dimissioni se la falsifichi o se si scopre che bari accettando finanziamenti, anche regolarmente registrati (o favori), in cambio di articoli di legge suggeriti da questo o quel lobbista. Non ti vanno bene queste regole? Perfetto, esci dall’esecutivo.

Limitarsi ad affermare “con noi il clima è cambiato, mi scappa da ridere quando ci dicono che noi siamo quelli delle lobby” come ha fatto il premier, serve a poco per far mutare idea a tutti quegli elettori che credono l’esatto contrario. E serve ancor meno annunciare, dopo gli scandali, una riforma che limiterà la possibilità dei giornali di pubblicare i testi delle intercettazioni telefoniche. Perché molti cittadini penseranno che la soluzione trovata è quella antica: nascondere lo sporco sotto il tappeto. Non un cambiamento, ma il solito italico camuffamento.

Da Il Fatto Quotidiano di sabato 16 aprile 2016