E immancabile arriva il messaggio di qualcuno che chiede: “Ehi senti, tutto bene?”.

Lì per lì non capisco: “Sì, certo, tutto bene, ci mancherebbe. Siamo a Sud, stasera facciamo la notturna in mezzo agli squali e ai trigoni, domani si va a vedere gli alcionari a Est, bla bla bla”. Quindi inizio a raccontare le mirabolanti avventure sommerse di Francesca ma vengo immediatamente stoppata perché alla fine trovano il coraggio di mandarmi l’articolo del quotidiano di casa. E mi si gela il sangue.

Lorenzo, biologo 27enne in Malesia per un master di ricerca sugli squali da un anno e mezzo, non c’è più. Ha perso la vita durante un’immersione. Malore, si pensa, ma non è chiaro dalla cronaca. E, spesso, i giornalisti, con la migliore volontà, danno definizioni un po’ a casaccio e chiamano le cose col nome sbagliato.

Lorenzo-Malesia

Ma cosa conta? Lorenzo non vive più. Non vive più un giovanissimo collega. Un subacqueo certamente esperto, sia di tecniche di immersioni che di mari tropicali. Non un novellino alle prime armi, non un turista improvvido, non uno scavezzacollo. Uno che in acqua ci sapeva stare e ci stava per lavoro, dunque pochi rischi e molta fatica.

Però non ce l’ha fatta. Indipendentemente da cosa abbia avuto, nessuno ha potuto salvarlo, riportarlo in superficie prima che fosse troppo tardi, aiutarlo. Se ne è andato facendo quel che amava, che non è assolutamente una consolazione, ma il primo pensiero è quello. Se ne è andato spero senza soffrire ma non lo sapremo mai. Se ne è andato. Come è successo ad altri prima di lui. Lo si legge sui giornali per fortuna con scadenza rarefatta ma lo si legge.

È successo ad amici, colleghi. Persone lontane che si sono immerse per il fatale ultimo tuffo senza sospettare minimamente che quella sarebbe stata la loro ultima immersione.

Lo si vede succedere. I più fortunati lo sentono solo raccontare di prima, seconda, a volte terza mano. I meno fortunati lo hanno visto coi loro occhi. Una vita che sguscia via dalle mani di chi prova a strapparla all’ineluttabile. Dovendo decidere che basta, non si può continuare a tentare di riaminare un afflato che non c’è più. Qualcosa di brutto, di duro, di incomprensibile, di crudele. Qualcosa che succede perché il filo della vita di ciascuno di noi viene strappato in quel preciso momento e non ci si può fare niente.

Da ultimo, poi, si pensa che possa succedere anche a noi. Sempre esposti a rischi, fatalità, o quel che sia. Tante volte in acqua, tante volte con la vita delle persone che si affidano a noi sulle spalle, benché non ci si pensi perché giustamente lo si fa per divertimento, mai si immaginerebbe che un momento di gioco (serio, per carità, non sminuiamo la rigorosità e la professionalità di chi fa questo mestiere) possa trasformarsi in tragedia. Da ultimo poi anche un po’ per non tirarsela, no? E che diamine, ma perché devo pensare che mi capiti qualche rogna, incidente, sfiga? Andrà tutto bene. Sono in salute, in forma, mi controllo, non faccio stupidaggini, non eccedo in cibo o alcool o altro. Filerà tutto liscio. Ma in cuor nostro si sa che l’imprevisto potrebbe essere dietro l’angolo. Si fa finta di no e invece sì.
Lontani da casa, in posti spesso disagiati anche in termini di soccorsi immediati. Si va e si spera per il meglio. Perché in genere è così.

Quando poi succedono cose come quelle capitata a Lorenzo però il pensiero, dopo al poveretto, alla famiglia e agli amici, vola anche a se stessi. Inevitabilmente.

Leggendo la cronaca spicciola si capisce che non si sa ancora nulla della dinamica dell’incidente. Si parla di sangue in superficie e poi di una “embolia sicura”. Ma chi è del mestiere sa che di certo, in questi casi, non c’è proprio un bel niente. C’è solo una giovane vita volata via, una famiglia annichilita dal dolore dall’altro capo del mondo, amici e affetti che non si capacitano del perché proprio a lui, così bravo, così giovane, così in salute.

Non lo conoscevo Lorenzo. Non sapevo nemmeno che esistesse. Così come lui di me e di centinaia di altri colleghi. Mi dispiace per Lorenzo. Perché non si deve morire così, non si può morire così, ma succede, sfortunatamente. Non sapevo chi fosse Lorenzo fino a questa mattina, non lo so nemmeno ora perché non vado a curiosare su pagine social di chi non c’è più. Non mi piace, lo trovo irrispettoso e di scarso gusto. Per quanto mi riguarda. Ma sono addolorata per Lorenzo e i suoi. Sono addolorata anche per la preoccupazione che larvatamente questa notizia trasmette anche ai miei e ai cari dei miei colleghi con me o ovunque nel mondo.

Sono triste per Lorenzo perché ha trovato la morte nel posto che lo faceva sentire più vivo. Ma voglio pensare che Lorenzo ci abbia lasciato facendo ciò che amava. Perché altrimenti, seriamente, non ha più senso niente. Neanche la nostra benedetta passione.

Ciao Lorenzo, tienici una mano sulla bombola da lassù.

Foto tratta dal profilo Facebook di Lorenzo Borella