Sono nata a Cornigliano, quartiere del ponente genovese, quartiere di periferia pur non essendolo geograficamente. Sono nata in una piazza a pochi passi dalla ferrovia e quindi dall’Italsider, colosso della siderurgia voluto da Mussolini negli anni ’30 per assecondare i suoi progetti di grande potenza militare. Mussolini aveva creato sulla costa cittadina di Ponente a Genova la fascia della grande industria bellica. La San Giorgio, l’Ansaldo, la Siac … e a quel punto ci voleva anche una grande acciaieria.

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In realtà, nel dopoguerra, a Cornigliano c’era ancora la spiaggia, gli stabilimenti balneari e soprattutto il mare, che oggi non si vede più. Sta di fatto che dagli anni ’50 in poi, l’Italsider viaggiò a manetta e Cornigliano diventò un quartiere operaio a tutti gli effetti. I tre quarti degli uomini che vivevano a Cornigliano lavoravano all’Italsider, compreso mio padre, e molti si trasferirono qui perché qui avevano trovato lavoro. Mio padre, dicevo. Turnista in altoforno, a casa raccontava di caldo, piedi cotti dagli scarponi, turni, polvere nera, ghisa, bruciature, e scioperi. Insomma, una vita piuttosto di merda, ma ci ha dato da mangiare. Ho odiato il mio quartiere. Il cielo rosso come se il tramonto non fosse un evento naturale ma perenne, aria pesante, davanzali neri, e talvolta boati di qualche esplosione che facevano sobbalzare dalla sedia o dal letto.

A Cornigliano non c’era un cazzo. Un quartiere a misura d’operaio, basato sulle loro turnazioni, dove qualunque tipo di svago rappresentava potenzialmente una distrazione pericolosa per l’automatismo e l’efficienza lavorativa. Sono cresciuta sull’asfalto, e i giardinetti con due scivoli dove andavo io sono gli stessi in cui gioca oggi mia figlia. Ho giocato per anni a nascondino tra le macchine, e a “strega comanda colore” facendo riferimento al colere delle macchine che avevamo intorno. L’ho odiato quel quartiere, a vent’anni sono letteralmente scappata trasferendomi in centro storico per dieci anni, ma alla fine ci sono tornata, e oggi lo riesco a guardare con occhi diversi.

Molte cose sono cambiate, l’area a caldo dell’Italsider non c’è più e alcune zone sono più vivibili, anche se siamo riusciti a circondarci solo di centri commerciali, e resta un quartiere dove i bambini e i ragazzini hanno pochi reali spazi di sfogo. Ma Cornigliano è bella. Ho comprato casa all’ultimo piano di un palazzo storico del ‘200, ancora con le ardesie e lo stemma sulla facciata, ma non se la pigliava nessuno perché non ha l’ascensore, e le rampe di scale effettivamente spaventano. Ma quella casa aveva le finestre basse e larghe, in legno, come quelle di una volta, e pur essendo a due passi dalla via principale, non aveva palazzi appiccicati, e quasi posso vedere la lanterna. Incredibile… in estate, con le finestre aperte, non sento il rumore del traffico, quello che ancora ho nelle orecchie dall’infanzia. Eppure sono lì a due passi dalla casa dove sono nata.

La mattina sento gli uccellini cantare e su un lato posso godere di un campanile antichissimo della chiesa che ho a fianco. Me ne sono innamorata, anche se ogni volta che faccio la spesa e ho le borse pesanti mi pento di averla comprata. Abbiamo Villa Dufour, Villa Bombrini, e poi basta andare su a Coronata per vedere orti e colline verdi. Un vero peccato poi vedere come non siamo in grado di preservare questi luoghi dalla sporcizia e dal degrado… In compenso non ricordo, da quando sono bambina, una sola volta in cui passando dal ponte di Cornigliano io non abbia sentito la puzza causata dal mal funzionamento del depuratore. Perché l’ultimo tratto del torrente Polcevera scorre proprio lì sotto, poco prima di arrivare al mare (che non so dove inizi, ma c’è).

Il Polcevera oggi è nero. Nero di petrolio. Ne parla tutta l’Italia, un tubo della Iplom si è rotto, e l’articolo di Ferruccio Sansa ben descrive i fatti e ciò che si sta facendo per arginare i danni; dopo il referendum sulle trivelle c’è chi ne parla davvero, e chi ne crea già una bandiera. Oggi sinceramente a me interessa poco la polemica strumentale. Ciò a cui penso oggi è a quanti disagi questo quartiere deve ancora subire dal punto di vista ambientale, quanta merda ancora dovremo respirare, e quante volte ancora il suo nome dovrà essere associato a sfighe di ogni genere, comprese quelle degli operai dell’Ilva che l’asfalto di via Cornigliano lo conoscono bene, e da quella via ogni volta partono per difendere i loro diritti. Oggi il Polcevera è nero. Nero di petrolio. E per la prima volta nella mia vita ho sentito il suo odore acre in gola, e per la prima volta credo.. la puzza di fogna che generalmente si sente attraversando quel ponte, viene soppiantata e in parte.. quasi rimpianta.

Amo il mio quartiere, ho i miei affetti, i miei ricordi e in fondo essere cresciuta sul cemento mi ha permesso di capire presto che quando si cade, per strada, ti fai male sul serio, molto di più di quando cadi su un prato di margherite; tutta una questione di punti di vista, a volte è necessario guardare il bicchiere mezzo pieno. Quando però guardo mia figlia mentre gioca sullo stesso asfalto dove ho giocato io e che tanto ho odiato, mi chiedo se non avrei potuto offrirle qualcosa di meglio, un posto che possibilmente non le ricordi, con puntualità, che questo mondo fa piuttosto schifo.