La notizia è che l’Fbi aveva mentito: non era vero, come sosteneva, che per recuperare i dati dall’iPhone dell’attentatore di San Bernardino fosse indispensabile l’intervento di Apple. I Federali, infatti, si sono rivolti “hacker professionisti”, come riporta The Guardian. La domanda da porsi è: perché hanno mentito? Il sistema informatico invulnerabile non esiste: si può rendere difficile l’accesso ai dati di uno smartphone o un computer, ma chi ha le risorse e le giuste competenze, o anche solo un po’ d’astuzia, prima o poi riesce a violarlo. L’Fbi voleva stabilire un precedente giuridico: poter accedere a un dispositivo ogni volta che fosse ritenuto di interesse pubblico.

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Apple, com’è noto, si è subito rifiutata di produrre un sistema facilmente violabile per semplificare l’accesso ai dati, ed è naturale pensare che questa posizione c’entri poco con la volontà di difendere un principio etico e molto con quella di difendere il proprio business. Tuttavia, la vicenda porta a chiedersi se, in questo caso, gli interessi economici dell’azienda coincidano con l’interesse pubblico di difendere la privacy e i dati sensibili degli utenti. La mia risposta è: sì, per almeno due motivi.

Primo: i dati raccolti dai dispositivi che usiamo e indossiamo vengono utilizzati anche per scopi nobili. Apple, ma altri seguiranno, ha avviato due progetti di ricerca medica, ResearchKit e CareKit, ai quale si aderisce su base volontaria e grazie ai quali possiamo mettere a disposizione della ricerca le nostre abitudini sportive, frequenza cardiaca, peso, altezza, abitudini alimentari e addirittura il nostro profilo genetico. Nei prossimi anni, uno screening di tale portata permetterà di capire meglio molte patologie e condizioni tra le più diffuse, come Parkinson e autismo e, forse, di prevenirne altre come i disturbi cardiaci. Un progresso impensabile prima, senza Internet e il recente sviluppo tecnologico. Gli utenti continueranno a partecipare condividere i propri dati medici e genetici, i più sensibili dati personali, solo se li sapranno al sicuro, anonimi e inaccessibili da terzi, soprattutto da parte di autorità governative. E’ chiaro interesse di tutti che iniziative simili proseguano e prosperino.

Secondo: se si produce un software che permette di aggirare la sicurezza di smartphone e computer è più che probabile che finisca nelle mani sbagliate. Tutti i dispositivi, oggi, sono connessi a Internet e chiunque in qualunque parte del mondo, inclusi governi, polizie, dittatori e terroristi, potrebbe avere potenzialmente accesso ai nostri dati. Non è una bella prospettiva.
Chi possiede i nostri dati personali prima o poi li userà: ogni volta che li forniamo a qualcuno, dobbiamo chiederci come questi dati possano essere usati nella peggiore delle ipotesi e se ci fidiamo dell’entità a cui li consegniamo.

Quando ci iscriviamo a un servizio, mettiamo un like su Facebook, tracciamo il nostro battito cardiaco e le nostre abitudini alimentari o rispondiamo a un sondaggio, il nostro comportamento viene registrato sui server che gestiscono quel servizio. Gli amministratori del server, anche se non ne abbiamo la percezione, possono sapere cosa ci piace, se siamo in buona salute, come ci siamo espressi sulle questioni sottoposte. Dobbiamo chiederci: abbiamo la certezza che non verranno utilizzate per scopi diversi da quelli inizialmente previsti? Possiamo fidarci degli amministratori del sistema nel momento in cui lo utilizziamo? Siamo sicuri di poterci fidare anche di chi lo gestirà in futuro?

Ecco perché la battaglia di Apple e degli altri operatori del settore per difendere la sicurezza dei propri sistemi è sacrosanta e dovrebbe spingere tutti noi a pretendere chiarezza, trasparenza e professionalità a coloro ai quali decidiamo di consegnare la nostra vita digitale.

Twitter: @marcocanestrari