Va detto: dopo Berlusconi e dopo due anni e due mesi di governo, Matteo Renzi è oggi, in Italia, il politico più capace di interpretare le emozioni, i pensieri e gli umori dell’italiano e dell’italiana media. Non era così abile quando si rivolgeva a quello che fino a tre o quattro anni fa (sembrano secoli) si identificava come “elettorato di centrosinistra”, ma ora che parla a tutti/e in generale, indipendentemente dalla distinzione destra vs. sinistra, tanto di cappello: è proprio bravo. Anche l’invito – più o meno esplicito – all’astensione dal referendum di ieri, ripetuto fino all’ultimo: un successo annunciato, una mossa che non poteva che portare il governo e la maggioranza Pd alle dichiarazioni di soddisfazione cui abbiamo assistito. E non parlo col senno di poi. Mi spiego in pochi punti:

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(1) Indipendentemente dai dubbi sulla data della consultazione (ci fosse stato più tempo… avesse coinciso con le amministrative…), il referendum riguardava un argomento molto tecnico e difficile da spiegare, con troppe implicazioni (economiche, ambientali, sociali, politiche, giuridiche) anche contrastanti, anche diverse da quelle propagandate, sia in caso di vittoria del sì, sia in caso di vittoria del no. Un’ottima premessa per immaginare una bassissima affluenza alle urne.

(2) È dal 1997 che in Italia i referendum abrogativi non raggiungono il quorum del 50% più uno degli aventi diritto di voto, con l’eccezione del 2011, quando si votò per abrogare o meno la norma che affidava ai privati la gestione dell’acqua pubblica (che fu abrogata).

(3) In Italia l’astensionismo sta aumentando in generale, non solo per i referendum abrogativi. Lo si è visto nelle ultime consultazioni elettorali, sia europee sia regionali. Lo ripetono, da molti mesi, tutti i sondaggi. È astenendosi dal voto che, a quanto pare, negli ultimi due anni gli italiani e le italiane hanno espresso la loro disaffezione e delusione nei confronti dei partiti e della politica.

(4) Alla disaffezione generale va aggiunto che alla maggioranza degli italiani il referendum abrogativo piace davvero poco. Questi, più o meno, i pensieri che passano per la testa di moltissime persone: ma cosa venite a rompere le scatole a me per abrogare leggi che fate voi, siete pagati per questo, io ho altro a cui pensare, ho i miei problemi, lasciatemi in pace. E scommetto che, sotto sotto, un po’ di questo malumore si agita anche dentro al/la votante più convinto/a, che anche in misura minima deve comunque forzarsi e sforzarsi per andare al seggio (con questa bella giornata, poi).

Detto questo, in tutta onestà, prima delle dichiarazioni di Renzi (e di molti esponenti del Pd) e prima delle numerose polemiche che le hanno seguite (non è legittimo da parte di un Presidente del Consiglio, e così via), avrei scommesso per una partecipazione al voto poco superiore al 25% (26-27% mi dicevo, toh). Invece, dopo le dichiarazioni di Renzi e della maggioranza Pd era evidente che l’attenzione verso il referendum sarebbe aumentata, e avrebbe potuto indurre a votare molti/e che, senza quel clamore, sarebbero stati/e volentieri a casa. Il risultato del clamore, insomma, è che un bel po’ di antirenziani siano andati/e a votare giusto per fare un dispetto a Renzi, tiè. E così, alla fine della fiera, con pochissimi rischi Renzi ha potuto perfino misurare – molto grossolanamente e mutatis mutandis, per carità – a quanto ammonta l’antirenzismo più reattivo e rabbioso. Ben poca roba, va detto. Ci credo che sia soddisfatto. Tanto di cappello di fronte alla sua capacità di comunicare e usare i media, ripeto.