Pezzi di speranza e pezzi di informazione
(Vai in Africa Celestino, Francesco De Gregori, Pezzi, 2005)

C’è una canzone di Francesco De Gregori che non conosce quasi nessuno. Il titolo è Tempo reale. E’ sottovalutata, forse perché meno poetica, meno romantica. E’ una dichiarazione di disprezzo verso l’Italia inteso come Paese decadente con una classe dirigente e un’opinione pubblica sempre un passo indietro rispetto al progresso civile di una nazione del Duemila. Il disprezzo è un toccasana, se assunto con cura. Risveglia le coscienze, spoglia la retorica, abbatte l’ipocrisia.

A un certo punto quella canzone fa così: Paese di banche, di treni, di aerei, di navi che esplodono. Ancora in cerca di autore.

I pochi che conoscono la canzone e conoscono anche la storia dimenticata del Moby Prince hanno sempre pensato che tra quelle “navi che esplodono ancora in cerca di autore” ci fosse appunto quella del disastro di Livorno (10 aprile 1991, 140 morti). In effetti quella strage non ha mai avuto una spiegazione solida. Il Moby non esplose: finì contro una petroliera della Snam e prese fuoco, a poche miglia dal lungomare di Livorno. Una storia che è finita in una commissione d’inchiesta e che i lettori de IlFattoquotidiano.it conoscono già da molto prima.

La tragedia del Moby sarebbe un soggetto perfetto per una canzone di De Gregori: per l’enormità delle conseguenze e l’apparente banalità delle cause, la piccolezza di alcuni personaggi e la passione civica di altri. Dentro quella storia ci sono molti vizi italiani: l’incompetenza, la sottovalutazione, la sciatteria, la pavidità, l’egoismo, la sola difesa del proprio culo sporco. Militari, politici e imprenditori tutti con le mani in mano per 25 anni, la povera gente a chiedere verità e giustizia.

Francesco De Gregori ha insegnato a chi lo ascolta e chi lo canta a mettere in gioco lo spirito critico, a scuotere il proprio senso civico, a indignarsi per le ingiustizie e innamorarsi dei piccoli eroi.

Moby Prince, la commemorazione a 25 anni dalla strage

Ora però succede che prima del concerto a Livorno sia saltata la consegna di una targa al presidente di una delle associazioni dei familiari. Si chiama Loris e a bordo del Moby Prince ha perso sua sorella, Liana, grandi occhi chiari e 29 anni. Lavorava alla boutique del traghetto. Loris dice che gli è stato riferito dal teatro che De Gregori ha fatto saltare la consegna della targa perché si sarebbe “deconcentrato”.

De Gregori non è obbligato a partecipare ad alcuna cerimonia. Nessuno può costringerlo a fargli indossare la maglia #iosono141, slogan di una campagna che ha portato la vicenda in una commissione d’inchiesta. Ci sarebbe da capire cosa gli è stato detto, quando, come. Ma una cosa può farla: alzare il telefono e chiamare Loris per spiegargli che non è andata così, che non sapeva, che non la sapeva così com’è stata raccontata. Chi se ne frega dei giornali, i giornali servono ai resti della pulizia del pesce. Loris, invece, è un fratello rimasto senza sorella 25 anni fa, senza che nessuno sia mai riuscito a dirgli davvero perché.

C’è chi crede a Dio, chi a Gramsci e chi a De Gregori. Ed è eccessivo, fastidioso, lo dice lui. De Gregori ha ragione quando canta Guarda che non sono io: lo scarto tra com’è fatto e le aspettative di un fan(atico) che crede di sapere tutto di lui. “Quello che conosce il tempo e ti spiega il mondo”, “quello che non ti frega e non ti tradisce”, insomma, “Guarda che non sono io, la mia fotografia”. E’ vero: la cosa fa molto ridere, fa molta pena e dà fastidio.

Ma qui non c’entra niente. Qui c’entra la differenza tra la libertà e il menefreghismo. Chi crede a De Gregori, crede alle cose che scrive. C’entra, quindi la differenza tra le parole che scrive e i gesti che compie, tra “la Storia siamo noi, padri e figli” e “sono tutti uguali, tutti rubano nella stessa maniera”. Poteva fare cento cose alternative alla consegna di quella targa, De Gregori. E’ ancora in tempo. Loris è una persona perbene, capirà.

Anche perché, altrimenti, avrebbe ragione ancora una volta, in quella sua canzone che non conosce quasi nessuno. Finisce così: “E però se potessi rinascere ancora / Preferirei non rinascere qua”.

Aggiornamento delle 13 del 18 aprile
Come ci si poteva immaginare le cose sono andate diversamente dalla prima ricostruzione. La versione dello staff di De Gregori è infatti molto diversa. Il cantautore, si legge nella nota dell’ufficio stampa pubblicata dal Tirreno, non ha mai detto no sull’utilizzo del palco prima del concerto, perché non gli è stato chiesto niente e solo stamani (ieri, ndr) ha scoperto con grande dispiacere che su questo argomento era nata una polemica“. L’organizzatore del concerto parla di un “grande fraintendimento comunicativo”. Un iter pieno di errori, a sentire lo staff, ma non dell’entourage del cantautore: “Sono stati dati per scontati alcuni passaggi fondamentali, sono stati bypassati il management dell’artista e l’organizzazione, cioè coloro che curano questi aspetti prima del concerto, è stata data la comunicazione della consegna della targa con grande ritardo, inviandola peraltro alla produzione tecnica, cioè a coloro che montano il palco, alla fine di una mail in cui si parlava di tutt’altre questioni”. Questa la ricostruzione cronologica: “Meno di un’ora prima del concerto il direttore del teatro è andato nel camerino di De Gregori presentandosi e chiedendogli di partecipare alla cerimonia: Francesco è stato preso alla sprovvista, vista la delicatezza dell’argomento e l’importanza della commemorazione ha preferito non partecipare. Lui è un tipo molto rigoroso, preciso, serio e prima di intervenire su un argomento così delicato vuole prepararsi, sapere, conoscere nel dettaglio. Non c’era stata alcuna comunicazione, né alcun accordo con l’organizzazione, nessuno ci aveva avvertito, né soprattutto aveva avvertito Francesco, che per il rigore e la serietà che lo contraddistinguono vuol sapere tutto delle cause che porta avanti. Queste non sono cose che si improvvisano con pochi minuti di preavviso”.

Fin qui per la verità delle cose. Quella telefonata, tuttavia, De Gregori la può fare lo stesso.