C’era una volta un Procuratore Generale del Texas che voleva vietare i dildo. Il suo nome era, ed è, Ted Cruz. Un signore in lizza nientemeno che alle primarie del partito repubblicano statunitense per la Casa Bianca. Peccato, però, che la sua battaglia antisextoys sia scomparsa dalla sua biografia. Come riportato dal sito web www.motherjones.com nel suo libro A Time for Truth pubblicato nel giugno 2015, il 45enne senatore repubblicano avversario di Donald Trump ha riportato diverse iniziative effettuate da procuratore generale (incarico ricoperto dal 2003 al 2008 ndr) tra cui l’installazione di un display luminoso con i dieci comandamenti nel terreno antistante la sede dello Stato del Texas.

Fra i diversi provvedimenti manca però proprio la criminalizzazione della vendita di dildo. Cruz, infatti, prese di petto una bega legale non di poco conto che impegnò parecchie risorse e tempo alla Procura Generale texana. In pratica alcuni venditori di sex toys di Austin avevano sfidato una legge statale che metteva fuori legge vendita e promozione di oggetti definiti osceni. L’ufficio di Cruz, assieme al governatore del Texas, Greg Abbott, difese la legge coi denti addentrandosi in spiegazioni perigliose e bizzarre: “Non vi è alcun diritto nello stimolare i genitali per scopi non medici, non correlati alla procreazione, o al di fuori di un rapporto interpersonale”. Per la cronaca Cruz e compagnia perdettero la causa ed evidentemente la brutta figura è stata cancellata nel memoriale dell’ancor giovane ultraconservatore repubblicano. Solo che appena letta la notizia online Craig Mazin, compagno di stanza di Cruz all’università di Princeton, oggi noto sceneggiatore hollywoodiano (suoi Una Notte da leoni 2 e 3, come Il cacciatore e la regina di ghiaccio del 2016), ha subito tweettato: “Ted Cruz pensa che le persone non abbiano il diritto di ‘stimolare i loro genitali’. Ero il suo compagno di stanza al college. Questo mi suona come un suo nuovo credo”. L’ironia di Mazin verso Cruz non si manifesta per la prima volta su Twitter perché sono diversi mesi che lo sceneggiatore di Scary Movie 4 ha intrapreso una continua scaramuccia con l’ex compagno di stanza: “Sceglierei chiunque altro come Presidente degli Stati Uniti, preferirei prenderne uno a caso dall’elenco telefonico. Come essere umano è un incubo”.

La bugia suprema di Bill Clinton è forse l’apice delle gaffe pubbliche legate al sesso che hanno colpito la politica americana recentemente. L’ultimo presidente democratico del secolo scorso sparò la sua versione chiaramente falsa su Monica Lewinsky in diretta nazionale: “Voglio dire una cosa agli americani. Ascoltatemi bene. Lo ripeto: non ho avuto rapporti sessuali con questa donna. Non ho chiesto a nessuno di mentire, non una sola volta: mai. Queste accuse sono false”. Poi tutto sanno come andò a finire il Sexgate clintoniano. Bill in questi giorni sta supportando la moglie Hillary nella corsa alle primarie del partito democratico contro Bernie Sanders. La Clinton ha ricevuto tra l’altro diverse critiche sul suo operato attuale proprio dal signor Anthony Weiner, protagonista tra il 2011 e il 2013 di un altro sexgate alla newyorchese condito dalle ultime diavolerie del web: autoscatti porno lanciati sui propri social. Qualcuno ricorderà che nel 2011 Weiner, deputato democratico, si dimise dal Congresso in quanto venne scoperto, o meglio “screenshottato”, dopo che dal suo profilo Twitter aveva spedito foto del suo pene eretto coperto dai boxer ad una studentessa 21enne. Anche qui stessa solfa: Weiner negò tutto. Poi sbucarono altre foto a petto nudo, e altre ancor più sessualmente esplicite. In pratica il suo disinibito uso dei social era monitorato dalle forze di polizia. Weiner, sposato con una delle prime segretarie di Hillary Clinton, Huma Abedin, nel 2013 si ricandidò a sindaco di New York, sempre tra le fila “dem”. Altro giro, altre porno foto. Il vizietto di Weiner era continuato anche dopo le dimissioni del 2011 a cui seguirono quelle, identiche, del 2013.