Nonostante la dura concorrenza del venerdì di Laura&Paola e Ciao Darwin, sembra che a Crozza non stia andando male, perché dopo qualche puntata in cui sembrava destinato a ridimensionarsi fra il 6% e il 7% di share, è da un paio di puntate che ha preso a muoversi verso l’8%. Anche la “fedeltà d’ascolto” pare in salita, toccando il 40% (vuol dire che i suoi spettatori si vedono in media il 40% dell’intera durata della trasmissione).

In buona sostanza, ci sono circa quattro milioni e mezzo di italiani che a Crozza ci tengono e molto, tanto almeno da dedicargli almeno un’ora filata di attenzione rispetto alle due totali i cui si dispiega il programma. Noi siamo tra quelli (quando non andiamo al cinema o a farci una pizza) perché la satira va tenuta di conto, anche se fa il cipiglio a politiche che invece ti convincono, proprio perché è il modo per comprendere il punto di vista dell’altro.

Questo è il caso di Crozza. Tramontato Berlusconi e la sua maschera di astuto e priapistico italiota; venuto meno il ruolo presidenziale di Napolitano, che di Berlusconi era l’opposto valoriale ed estetico; passata la Lega dal corno padano di Bossi alla grancassa in felpa di Salvini; sfinite nella ghiacciaia delle elezioni del 2013 le metafore di Bersani; esplosi i voti di M5S, per quanto ancora in stato gassoso. Dopo questi passaggi di fase, Crozza ha cercato un punto fermo puntato sul personaggio di Renzi-Jerry Lewis e leggendo l’ultimo biennio come un episodio del trasformismo nazionale anziché come un tentativo di disincagliare, a strattoni, il sistema politico, economico e sociale del Paese. E va bene! Non concordiamo con il politico Crozza sicché spesso, anziché dalla parte dei tiratori ci sentiamo da quella dei bersagli.

E tuttavia ci sembra di vivere le difficoltà di scrittura dei copioni in questa fase di fare governativo che vola volutamente a bassa quota progettuale, almeno nel senso che il termine “progetto” aveva ai tempi dei partiti di massa. Mentre oggi hai a che fare con masse di opinione tirate qua e là dal “venghino, venghino” dei media, e dunque tendenzialmente più radicalizzate, anche se in modo più effimero, rispetto a quelle di un tempo. Insomma, dovendo mandare avanti una trasmissione di satira, ti trovi a dover fare la voce grossa (perché è proprio della satira e perché è quello che il pubblico si aspetta) anche se in linea di fatto non si sa bene il perché.

P.S. A scanso di rischi, prima che scoppi anche da noi qualche caso Boehmermann, il tizio che dovrebbe andare in galera in base a una norma tedesca, per avere vilipeso un capo di stato estero, non sarebbe il caso di eliminare dal nostro Codice Penale la decina di articoli che puniscono chi “vilipende” questa cosa e quell’altra?