Quello della conciliazione tra maternità e lavoro è un tema di grande attualità nel nostro Paese, come ha dimostrato la recente polemica attorno alla candidata sindaca Giorgia Meloni. La domanda che mi sento fare in maniera ricorrente è: “Può una donna essere una buona madre e allo stesso tempo avere responsabilità lavorative?” Come è evidente domande del genere tradiscono un’idea della genitorialità completamente centrata sulla figura materna e lasciano intendere che se le donne desiderano anche impegnarsi lavorativamente rimane comunque esclusivamente loro la responsabilità di conciliare tale scelta con il dovere socialmente imposto di essere buone madri.

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Non condivido questo punto di vista e ritengo che la responsabilità della crescita e del benessere psicofisico di figli e figlie sia di entrambe i genitori e che sia un dovere della società nel suo complesso quello di garantire i diritti di ciascuno. Quindi è possibile svolgere una professione e al tempo stesso essere una buona madre? Certamente sì, anche se questa conciliazione risulta meno facile per quelle lavoratrici che, a differenza di una candidata sindaca, ricoprono ruoli meno tutelati: le precarie, quelle in cerca di lavoro alle quali durante il colloquio viene chiesto se desiderano fare figli, quelle che lavorano su turni massacranti, come ad esempio nella grande distribuzione o nei centri commerciali, e se chiedono il part time magari lo ottengono solo a patto di lavorare nei week end, quelle a cui non viene rinnovato il contratto se restano incinte e potrei proseguire a lungo.

Ecco, per queste madri conciliare lavoro e maternità potrebbe essere difficile e certamente figli e figlie potrebbero risentirne, ma non perché una donna che lavora sia meno madre di una che sta a casa, o perché la realizzazione professionale sia incompatibile con il ruolo materno (mi stupisce che ci sia ancora qualcuno che se lo chieda!), ma piuttosto perché il peso dell’incertezza economica, dell’assenza di tutele e garanzie e della precarietà, incide profondamente sul benessere psicologico e sulla salute delle persone e delle famiglie, figli e figlie inclusi/e.

Ovviamente esistono fattori individuali, relativi alla storia personale, che possono rendere più o meno facile il passaggio dal non essere genitori ad esserlo, ma troppo spesso tali fattori sono enfatizzati, mentre si sottovalutano elementi di tipo relazionale o sociale.  La letteratura scientifica ci dice che in realtà la solitudine, l’assenza di supporto, l’incertezza economica, sono elementi che possono incidere molto sull’esperienza della maternità, così come è noto il ruolo che giocano i modelli ideali, i pregiudizi culturali e gli stereotipi relativi a come un/a neonato/a dovrebbe essere (comportamento, sonno, pianto…) e a come dovrebbe comportarsi una buona madre. Tali modelli ideali spesso condizionano molto i neogenitori, portandoli talvolta a sentirsi insicuri, inadeguati e incompetenti.

Spesso, come psicologa perinatale mi trovo a lavorare con i genitori proprio sulla decostruzione di modelli ideali e pregiudizi culturali che sono talvolta schiaccianti e ostacolano la piena espressione delle competenze che i genitori hanno. Come pure mi capita con grande frequenza di accogliere genitori in difficoltà e che mostrano segnali di disagio psicologico non legati a tratti della loro personalità ma causati da fattori di tipo sociale.

Quando mi chiedono se ho consigli per le madri rispondo che no, non ne ho, che le madri non hanno bisogno di esperti che diano loro la ricetta della mamma-perfetta, hanno piuttosto bisogno di informazioni chiare e univoche su gravidanza, parto, post partum, primi mesi e primi anni di vita, così da essere pronte ad incontrare un/a figlio/a reale e non qual bambino/a immaginario/a che esiste solo nelle pubblicità o nei reality show; hanno bisogno di città a misura di bambini/e, di asili nido, di nidi nei luoghi di lavoro, di spazi di coworking, di nidi con orari flessibili e accessibili ai genitori, di reti di genitori sul territorio, di reale sostegno alla genitorialità, di norme che permettano di conciliare veramente l’essere genitori, il diritto di mamme, papà e figli/e di vivere pienamente la loro relazione con il diritto di lavorare. L’unico consiglio che mi sento di dare ai genitori, madri e padri che siano, è di lottare affinché questi diritti siano garantiti. E’  certo che il benessere psicologico delle famiglie aumenterebbe.

Di Mirta Mattina