Alla fine degli anni ’70 si era sottoposto ad alcune trasfusioni di sangue, poi nel 2009 aveva scoperto di essersi ammalato di Epatite C. Dopo aver fatto causa al ministero della Salute ha quindi ottenuto che un giudice dichiarasse l’esistenza del nesso di causa effetto tra la patologia contratta e le trasfusioni che aveva subito. Il tribunale di Caltanissetta, infatti, ha riconosciuto il danno biologico ad un uomo che alla fine degli anni ’70 aveva subito alcune trasfusioni di sangue in un ospedale della provincia di Enna: secondo i giudici è a causa di quelle trasfusioni se il paziente ha contratto la patologia epatica. Per questo motivo, alla fine di un processo cominciato nel 2013, la corte ha condannato il ministero della Salute ad un risarcimento di 580mila euro.

“Il tribunale ha maggiorato l’importo poiché l’uomo, oltre al danno biologico, patisce – come si legge nella sentenza – gravi pregiudizi, derivanti dalle ripercussioni negative alla propria vita di relazione; dal disagio e dalla depressione conseguenti la malattia epatica; dalle patite limitazioni nelle cure di altre patologie che l’affliggono; dalla verosimile circostanza che in futuro andrà incontro ad un netto peggioramento delle condizioni di salute: fattore che, certamente, darà luogo ad una ulteriore ed accentuata sofferenza psichica”, spiega l’avvocato Silvio Vignera, legale dell’Associazione a Tutela degli Epatopatici e Malati.

Già lo scorso 14 gennaio la Corte europea dei diritti umani aveva condannato lo Stato italiano a risarcire 350 cittadini: avevano subito trasfusioni di sangue durante un ciclo di cure ed erano stati infetti dal virus dell’Aids, dell’Epatite B e C. I risarcimenti imposti dai giudici di Strasburgo al nostro Paese superano i dieci milioni di euro, e devono indennizzare 350 cittadini italiani nati tra il 1921 e il 1993. A loro, la Corte ha riconosciuto il diritto all’indennizzo amministrativo, previsto dalla legge, dato che il nesso di causalità tra la trasfusione e la contaminazione era già stato dimostrato in diversi processi civili contro il ministero della Salute.

Lo scandalo del cosiddetto “sangue infetto” scoppia in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, quando si scopre che alcune aziende farmaceutiche hanno commercializzato nel nostro Paese flaconi di emoderivati contaminati. Era, in pratica, sangue ottenuto volontariamente da soggetti a rischio (detenuti, tossicodipendenti), molto più economico per le case farmaceutiche, che riuscivano poi a piazzare i prodotti infetti sul mercato dopo aver pressato politici e funzionari pubblici. Il risultato – secondo le associazioni delle vittime del sangue infetto – è che decine di migliaia di persone sono state contaminate negli anni da virus mortali (come appunto l’Aids), soprattutto talassemici, che dovevano sottoporsi periodicamente a trasfusioni di sangue: altissimi i numeri di chi è già deceduto, mentre sono 25mila i pazienti che hanno ottenuto una sentenza favorevole all’esistenza del nesso di causa effetto tra le trasfusioni e i virus contratti. Nel frattempo è ancora in corso a Napoli l’unico processo penale scaturito dallo scandalo del sangue infetto: dopo vent’anni d’indagini è cominciato soltanto nel novembre del 2015. Alla sbarra, accusati di omicidio colposo plurimo, ci sono il potente imprenditore farmaceutico Guelfo Marcucci (che, però, nel frattempo è deceduto nel dicembre del 2015), e Duilio Poggiolini, l’ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Salute, uno dei principali imputati di Tangentopoli.