Ogni giorno l’Osservatorio 21 luglio monitora più di un centinaio di giornali locali e nazionali, siti di informazione e blog al fine di segnalare episodi di discorsi d’odio intraprendendo azioni correttive, anche legali. Come riportato nel Rapporto Annuale 2015, lo scorso anno l’Osservatorio ha registrato in Italia 265 episodi di discorsi d’odio nei confronti dei rom e dei sinti con una media settimanale di 5 episodi. L’89% di quelli registrati è riconducibile a esponenti politici, di cui una fetta consistente appartenente all’area di centro-destra e una netta preponderanza di esponenti della Lega Nord che da soli raggiungono il 37% degli episodi. Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica risalta un’elevata concentrazione nella città di Roma anche se le “perle” hanno l’accento padano. «I rom sono feccia della società» ha dichiarato l’europarlamentare Bonanno; «I rom non li voglio nel mio Comune, fuori dalle palle» sono le parole del primo cittadino leghista di Albettone.

foto il razzista sul web

Il lavoro dell’Osservatorio porta spesso a calarsi nell’arena pubblica di Facebook dove è facile imbattersi in gruppi nazisti e xenofobi; così come l’analisi degli articoli offre la possibilità di scorrere gruppi di “opinionisti seriali” che impegnano il loro tempo a trascrivere post a commento di articoli di giornali on line.  Nel primo caso si tratta di veri e propri clan virtuali che si distinguono per posizioni portate all’estremo, per l’intolleranza che rafforza la posizione del gruppo e la carenza di un pensiero dialogante. Sono lo specchio del nostro vivere all’interno della società dove spesso l’appartenenza al branco si rafforza in misura dell’odio che si riesce a vomitare contro quanti la pensano diversamente. L’utilizzo dei social rappresenta un surrogato del vivere la dimensione relazionale all’interno di una comunità reale perché in un’epoca come la nostra, caratterizzata dall’individualismo, la paura più grande è rappresentata dalla solitudine e l’abbandono.

Oltre all’agglomerato “branco” c’è poi il singolo individuo che, gettatosi nel dibattito virtuale si riconosce dal profilo scrupolosamente senza foto ma ben individuabile per tratti comuni a quanti, come lui, usano il web per ostentare superiorità di pensiero, di genere, di razza. E’ dichiaratamente omofobo, propone la castrazione chimica, nutre spinte antisemitiche, ritiene che i rom siano da dare alle fiamme e che i politici siano tutti ladri e corrotti, ama i populismi. Manifesta senza mezzi termini una viscerale intolleranza nei confronti di qualsiasi persona con una cittadinanza che non sia la sua o con una visione culturale minimamente aperta. Generalmente nella sua pagina Facebook, oltre al suo senso di amore verso gli animali, colpisce l’utilizzo di simboli e rituali e la ripetitività con cui esterna le medesime espressioni senza cogliere la diversità del contesto. Quando qualcuno si azzarda ad avviare un dialogo in cui esprime un pensiero differente dal suo, facilmente trascende in espressioni volgari e offensive.

La rete è lo spazio ideale dove, navigando nell’anonimato, riscopre una sua identità privata nella quale si riconosce. E’ soprattutto il luogo dove sfoga frustrazioni represse che nella vita di tutti giorni fatica a canalizzare. E’ specializzato nei commenti immediati e ha sempre la risposta pronta pur senza prendersi la briga di leggere il post per intero soffermandosi al titolo o all’incipit; impreca contro gli stranieri che non si integrano sgrammaticando frasi che qualsiasi maestro di scuola elementare sottolineerebbe con la matita blu e, in prossimità di festività civili, inneggia all’italica patria rimpiangendo fasti di epoche lontani. Oltre all’affezionato dei social, c’è poi quella porzione di “commentatori” dei post dei giornali online dai tratti rigorosamente intolleranti e dallo schema mentale che brilla per rigidità. I loro testi denunciano una cultura inferiore alla media che talvolta rasentano l’analfabetismo. Alcuni commenti tra lettori in contrasto tra loro non superano il valore delle tesi che facevano litigare tra loro i lillipuziani di Swift. Il razzismo nasce dall’ignoranza e non è un caso se l’Italia abbia il primato tra i Paesi con il più alto livello di antigitanismo. La rete è una pericolosa valvola di sfogo; a noi il compito di riconoscere il razzista 2.0 ed evitarlo. Conviene sempre farlo: lottare contro lui è come prendersela contro i mulini a vento.