Dell’olio di palma è stato detto tutto e il contrario: fa bene, fa male, è responsabile della massiccia deforestazione e della cancellazione di ecosistemi, però, non quello sostenibile, come sostengono i produttori, che affermano rispetterebbe l’ambiente e le popolazioni locali. Non affronterò l’aspetto salutistico perché, sebbene sia importante, ognuno di noi può scegliere quale corrente seguire (fa bene, fa male), mentre l’ambiente, gli animali e le popolazioni locali non hanno scelta.

Children wear masks to prevent respiratory infections from

*Foto di Fach Reza via Getty Images

La prima realtà a lanciare una campagna dedicata all’olio di palma, chiamata #STOPOdP, è stata Earth Riot, “che vive per schierarsi sempre dalla parte dell’oppresso, ritenendo che ogni forma di vita meriti rispetto e uguali diritti”. La campagna prosegue incessantemente da quattro anni, denunciando i crimini nascosti dietro questo “ingrediente”, un impegno che gli attivisti rinnovano tra pochi giorni, il 16 aprile, con tre presidi a Bologna, Milano e Latina. Oggi, questa battaglia è sulla bocca di tutti, ma credo che Earth Riot sia l’unica realtà in grado di portarla avanti con coraggio e determinazione.

Le coltivazioni di palma da olio coinvolgono diversi paesi, in primis, l’Indonesia, ma anche molti paesi dell’America centrale e meridionale (Honduras, Brasile, Perù, Colombia), dell’Asia sudorientale (Malesia) e del continente africano (Costa d’Avorio, Gabon). Antiche foreste pluviali sono state spazzate via per far posto alle piantagioni di palma da olio. L’Università di Princeston e il Swiss Federal Institute of Technology hanno condotto due studi tra il 1990 e il 2005, dai quali è emerso che il 55-60% dell’espansione dell’olio di palma in Malesia e in Indonesia sia avvenuto a spese della foresta primaria, mentre un rapporto pubblicato nel 2007 da United Nations Environment Programma (UNEP) denuncia che le piantagioni di palma da olio sono oggi la principale causa di distruzione della foresta pluviale in questi due paesi.

Quali conseguenze del processo di conversione delle foreste sull’ambiente e le specie animali? Erosione del suolo, dissesti idrogeologici, distruzione di habitat, riduzione della biodiversità. I catastrofici incendi appiccati volontariamente nella foresta pluviale indonesiana, per far posto alle piantagioni di palma da olio, stanno avendo un impatto devastante sulle altre specie animali e sui loro habitat: mammiferi, popolazioni di uccelli, rettili, anfibi e microrganismi del suolo stanno scomparendo a una velocità davvero allarmante. Gli incendi in Indonesia stanno “vomitando” così tanta anidride carbonica nell’atmosfera da garantire al paese il quarto posto nella lista dei principali emettitori a livello globale. Il World Resources Institute (WRI), che riesce a monitorare in tempo reale il fenomeno degli incendi, attraverso il Global Forest Watch, una piattaforma dinamica, teme per la salute pubblica. Si stima che lo smog in quei paesi possa arrivare ad uccidere 110.000 persone, ogni anno, a causa delle conseguenti malattie respiratorie.

E come si può chiudere gli occhi davanti alla pratica del land grabbing legata in Indonesia alla coltivazione di palme da olio? Terreni sottratti a comunità indigene, senza il loro consenso, che da anni le utilizzano per coltivare e produrre il cibo, dipendendo completamente dalla foresta per la propria sussistenza. Ogni anno, sempre più persone combattono per le loro terre contro le compagnie, rischiando la vita. Chi prova a mettersi contro i “big” dell’olio di palma muore. E’ stato così per Rigoberto Lima Choc, 28 anni, appartenente a una tribù indigena del Guatemala, il quale è stato ucciso qualche giorno dopo la sua denuncia, accolta da una corte del paese, che rivelava come l’industria dell’olio di palma stava avvelenando i corsi d’acqua, uccidendo migliaia di pesci e mettendo a rischio le fonti di sostentamento della popolazione locale.

La Francia ha messo una tassa sull’ingrediente importato da Indonesia e Malesia, prendendo una posizione ferma a favore dell’ambiente, degli animali e delle popolazioni locali. Io non credo che tasse e imposte rappresentino la soluzione, pur apprezzando la decisione. Vivendo in un sistema economico esclusivamente basato sul consumismo, siamo noi consumatori a fare la differenza. Scegliamo, allora, prodotti senza olio di palma, contattiamo gli enti certificatori che promuovono quello sostenibile e quelli che certificano i prodotti vegan contenenti questo ingrediente. Anche se trattasi di un prodotto di origine vegetale, non può essere considerato tale: il veganismo non è una dieta ma uno stile di vita che abbraccia la Non Violenza e dietro l’olio di palma si celano abusi, morte, sofferenza e crudeltà.

“Il concetto stesso di Liberazione viene meno se quella umana e animale non viene accompagnata, in primis, da quella della Terra, che ci ospita insieme ad altre infinite specie animali e vegetali. Abbiamo il dovere di rispettarli e tutelarli. Siamo tutti abitanti dello stesso Pianeta, per questa ragione i crimini che si consumano ogni giorno nel mondo non dovrebbero mai lasciarci indifferenti, vicini o lontani che siano, e dovremmo riflettere sempre su quanto le nostre scelte quotidiane possano aver inciso su di essi. Quella contro il mercato dell’olio di palma non è solo la lotta contro la produzione di questa sostanza, ma contro un sistema che monopolizza e sfrutta ogni risorsa della Terra e la Terra stessa. Uno sfruttamento che riguarda direttamente anche il consumatore in quanto ultimo anello di una catena di crimini ambientali, animali e sociali che egli stesso, ogni giorno, può decidere di finanziare oppure no, rendendosi a sua volta complice o diventando parte attiva di un cambiamento quanto mai necessario” dichiara Earth Riot.

Non esiste un olio di palma sostenibile, le contraddizioni sono troppe. Una delle principali? Come riporta il libro di Mariangela Molinarile aziende produttrici pagano le società che effettuano i controlli, al momento non eseguiti da organi indipendenti. A voi le riflessioni!