Ieri a Bruxelles il rappresentante del governo italiano ha votato a favore di un provvedimento che esclude le lampadine dai settori obbligati – in pratica tutti gli altri elettrodomestici- a fermare l’imbroglio che permette di “tollerare” performance di efficienza superiori del 10% rispetto alla realtà: con uno escamotage tecnico, insomma, e per un periodo non determinato, i produttori di lampadine potranno dichiarare di essere più efficienti di quello che in effetti sono; che c’entra questa bella performance con le trivelle e il referendum di domenica?

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C’entra e per più di una ragione: innanzitutto perché lo spreco energetico derivante da questo imbroglio equivale a più della metà del petrolio estratto in Italia entro le 12 miglia con le trivelle oggetto dei referendum. E poi perché questo specifico atto è in totale continuità con decisioni che a livello italiano ed europeo dimostrano che siamo più che mai di fronte a un governo che ha scelto di rimanere “fossile”. Gli esempi, ahinoi, sono numerosi e coinvolgono tutti gli attori in campo, dal governo fino ai parlamentari europei. Dagli inceneritori alle trivelle, dalla battaglia in Europa contro le regole per i test sulle emissioni per le auto (ricordate Volkswagen?), all’opposizione feroce contro nuovi più ambiziosi target per rinnovabili e efficienza energetica dopo le belle parole di Parigi, praticamente su ogni dossier che abbia vagamente a che vedere con ambiente ed energia, l’Italia sta pericolosamente scivolando dalle parti della Polonia piuttosto che della Germania e sta sistematicamente sostenendo, complice il silenzio dei media e la distrazione della politica – gli interessi di settori economici declinanti, ma ancora politicamente influenti.

Che due personaggi di indubbia autorevolezza, Romano Prodi e Giorgio Napolitano, pensino che sia ancora necessario difendere questi vecchi settori nonostante un rapporto costi-benefici negativo, non mi stupisce più di tanto; in fondo sono entrambi uomini che hanno vissuto e accompagnato uno sviluppo industriale nel nostro paese che ha fatto cose egregie ed enormi disastri, ma che ci rende oggi e nonostante tutto la seconda potenza industriale in Europa dopo la Germania, elemento questo che, come ambientalista ed europea convinta, non mi permetterei mai di sottovalutare.

Ma è proprio per questo che, a due giorni dal referendum, credo sia davvero necessario per tutti coloro che oggi pensano che non andranno a votare o voteranno NO, chiedersi se stiano facendo un piacere alla nostra tradizione industriale, rifiutando di partecipare al voto o sostenendo che i titolari di concessioni di estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marine possano continuare a lavorare oltre il limite delle loro concessioni; privilegio questo assolutamente unico e potenzialmente contrario alle regole europee, che fissano in un massimo di 30 anni il limite delle concessioni.

Io credo di no: intanto, non è vero che questo referendum “non serve a nulla” o è troppo tecnico: è invece molto chiaro e semplice. Poteva essere evitato se il governo avesse accettato le richieste delle Regioni. Non lo ha fatto e non è un caso. Chi sostiene che è inutile andare a votare, lo fa perché vorrebbe tenere ben nascosta la realtà di riserve di gas e petrolio scarse, di rischi ambientali reali (non per nulla sia la Croazia che la Francia hanno deciso la moratoria delle trivellazioni e propongono una disposizione europea in proposito); di royalties povere e di un impatto limitatissimo sul nostro fabbisogno, rispettivamente 1% del petrolio e 3% del gas metano nel corso prossimi 10 anni, che adeguate politiche di risparmio energetico potrebbero facilmente sostituire; peraltro penso che neppure il governo ritenga che questo quesito sia inutile, altrimenti non avrebbe buttato via ben 360 milioni di euro (praticamente l’ammontare delle royalties fossili di un anno) rifiutandosi di accorpare il referendum con le elezioni amministrative di giugno.

Chi dice che il referendum è “tecnico” e irrilevante, è interessato a mantenere la discussione del futuro energetico italiano fra pochi intimi. E infatti, nonostante l’Italia sia stata fino a poco tempo fa il secondo paese al mondo per velocità di istallazione di rinnovabili e tra i paesi che secondo i documenti della Commissione Europea ha il maggiore potenziale in termini di efficienza energetica, le politiche del governo Renzi non se ne cura minimamente, come ben dimostrato proprio dallo “Sblocca Italia” con le porte aperte a trivelle e inceneritori.

Del resto, non c’è trasparenza sulle opzioni strategiche, che rimangono fatte con pochi attori “fossili” ed Eni in particolare; continua un’irresponsabile rimozione del fatto che i cambiamenti climatici esistono e che se li vogliamo fermare dobbiamo lasciare sottoterra l’80% del petrolio e un terzo del gas nei prossimi anni, puntando su alternative che ci sono; l’Italia su questo tema semplicemente non c’è, anzi per meglio dire c’è dove non dovrebbe essere: a livello Ue, il governo Renzi è oggi molto più vicino a Polonia e Regno Unito e ai loro tentativi di bloccare ogni ambizione in materia di azione sul clima che alla Germania o alla Svezia. Inoltre, in Italia prosegue una pervicace azione di smantellamento delle scelte sulle rinnovabili, quella sì veramente suicida, che ha portato non tanto e non solo a ridurre anche retroattivamente il sistema degli incentivi in modo disordinato, indiscriminato e assurdo, ma anche cancellare, dal 2011 ad oggi, oltre la metà dei 115.000 posti di lavoro che erano stati creati; tutto questo, senza toccare i circa 12 miliardi all’anno di contributi diretti ed indiretti pagati ai “fossili”. Non si capisce davvero perché quelle decine di migliaia di posti di lavoro sarebbero meno importanti dei pochi che si perderebbero (forse) nel corso dei prossimi 10 o più anni, quando le trivelle entro le 12 miglia, se vincesse il SI, dovranno smettere di funzionare. Il geologo Fabio Giusti spiega peraltro che se davvero le piattaforme interessate dovessero chiudere subito, sarebbero interessate al massimo di 100/200 persone.

Se il sì vincesse, sarebbe davvero potente il messaggio che è ormai tempo di smettere di ostacolare, nei contenuti e nei metodi, il pieno sviluppo di attività industriali e di servizi che mirano a mettere insieme le ragioni del lavoro e della crescita sostenibile con quelle dell’ambiente e della salute. Certo, questo non potrà succedere per miracolo lunedì prossimo. Come già hanno dimostrato i referendum sul nucleare, una consultazione popolare non può sostituirsi ad una strategia industriale ed energetica che oggi è ancora assente in Italia. Ma può indicare una strada e segnalare che si sbaglia di grosso chi pensa che il popolo bue non può pronunciarsi e avere un ruolo anche su questi temi. Starà poi a tutti noi mantenere una mobilitazione e una pressione perché questa “rivoluzione” accada davvero.