Settantatré. È il numero di vittorie grazie alle quali i Golden State Warriors riscrivono la storia della Nba. Nessuno mai era riuscito a chiudere la stagione regolare con così tanti successi. All’ultima curva, contro i Memphis Grizzlies, Stephen Curry (altra prestazione da urlo, 46 punti) e compagni superano i Chicago Bulls di Michael Jordan, capaci di arrivare a 72. Settantatré, dunque, diventa una cifra che si fa leggenda in una giornata che il basket mondiale ricorderà non solo per lo splendido record dei Warriors ma anche per il ritiro dalle scene di Kobe Bryant.

Nessuno era mai riuscito a perdere appena 9 partite in un’intera annata. Neanche i Bulls nella stellare stagione 1995/1996 che portò poi al 30esimo anello della franchigia. Una squadra, quella, entrata nel mito: Jordan, certo, e poi Scottie Pippen, Dennis Rodman, Toni Kukoc, Ron Harper e Steve Kerr. Già, Kerr, l’uomo che batte sé stesso: mentre tutti gli altri Bulls da oggi non potranno fregiarsi più del record, lui continuerà a farlo perché della Golden State da urlo è l’allenatore. A distanza di vent’anni esatti, ha demolito il primato che già deteneva mandando in campo una squadra divertente, capace di alzare ulteriormente l’intensità grazie alla stagione irreale di Curry.

Il play di Akron, uno stile di gioco mai visto sul parquet, ha chiuso le 82 partite di regular season con 30.1 punti di media, raggiunti tirando con il 45.4% da 3 e dopo aver regalato decine di perle balistiche negli ultimi mesi. Alle quali ha aggiunto i 46 punti nella settantatreesima vittoria, con ben 10 canestri da 3 che ne fanno il primo giocatore della storia NBA a raggiungere e superare le 400 triple segnate in una stagione (402). Ha una capacità di fare canestro che non conosce confini, come racconta un curioso episodio: alcune settimane fa i programmatori di NB2K, il più popolare gioco di pallacanestro al mondo, hanno ammesso d’avere notevoli difficoltà nel riprodurne in maniera fedele percentuali di tiro e movenze perché non ha punti deboli ed è capace di segnare in ogni situazione.

Con queste premesse, i Warriors sono ovviamente i favoriti nella corsa al titolo. E i loro numeri da fantascienza hanno oscurato almeno un’altra straordinaria galoppata, quella dei San Antonio Spurs. I texani, arrivati probabilmente all’ultimo anno di un ciclo che sembra infinito, hanno giocato un basket superlativo e fino a dieci giorni fa erano in corsa, anche loro, per superare il record dei Bulls. E in casa risultano imbattibili, o quasi. Hanno infilato una striscia di 48 successi consecutivi davanti al proprio pubblico, 39 in questa stagione. A conti fatti sono rimasti imbattuti per oltre un anno, prima di cadere l’11 aprile proprio contro Curry e compagni. Il faccia a faccia tra Spurs e Golden State è la serie di playoff più attesa e purtroppo non potranno scontrarsi nelle Finals per il titolo. Appartengono infatti alla stessa Conference, i gironi su base geografica della Nba, quindi si sfideranno – salvo clamorose cadute – nella finale del proprio raggruppamento.

Uno scontro aperto, a dispetto delle ultime due vittorie dei Warriors. Coach Popovich, tecnico degli Spurs, ha infatti sperimentato parecchio nelle partite contro i rivali numero uno verso l’anello, alla ricerca di un equilibrio difensivo che permetta di contenere il talento di Curry. Significherà in primis sacrificare Tim Duncan, asso dei texani arrivato alla soglia dei 40 anni: giocherà raramente con Steph in campo e verrà spedito sul parquet per dar tutto quando l’altro tirerà il fiato. Si preannuncia una partita a scacchi, lunga e sfibrante, che rischia di avvantaggiare chi, come i Cavaliers di LeBron James, si ritrova nella Conference opposta senza avversari di altissimo rango. E, più fresca, nella finalissima per il titolo, potrebbe scompaginare i piani della squadra che vincerà il duello tra le due dominatrici della stagione regolare.