Silvio Berlusconi convocava, e continua a farlo, a palazzo Grazioli o nella villa di Arcore gli esponenti del partito personale. Aveva attrezzato una sala riunioni e un parlamentino nella sua lussuosa magione romana che divenne ben presto, con la bandiera italiana issata sul balcone, luogo pubblico. La commistione che ne seguì, tra festini privati e conclavi pubblici, ha segnato la democrazia italiana e l’ha impoverita. L’abuso di potere, abuso prevaricatore e mai contrastato, divenne tale che per ragioni di sicurezza la prefettura decretò lo spostamento in altro luogo della fermata del bus. Una questione personale, seppure importante, prevalse sul diritto collettivo, sulla vita dei cittadini. Poteva Berlusconi scegliere un altro luogo – magari meglio protetto – per la sua residenza? Certo che sì. Ma decise che dovessero essere i suoi concittadini a traslocare.

Forza Italia, riunione del Comitato di Presidenza, con Silvio Berlusconi

Non c’è stato uomo più lontano da Berlusconi per indole, visione, identità e cultura di Gianroberto Casaleggio. Il primo esibizionista fino a debordare nella spacconaggine, il secondo riservato fino a inquietare con la sua ombra. Ambedue però leader. Eppure Casaleggio, al pari di Berlusconi, ha tenuto le redini del movimento da lui ideato e gestito nella sala riunioni della propria società. In questi casi la forma diviene sostanza. E mi ha sempre stupìto che nessuno abbia rilevato la condizione incresciosa di rendere, almeno visivamente, il Movimento, così ampio e ricco di personalità, un affluente del fiume principale, una porzione del tutto. Convocare le riunioni nella Casaleggio Associati, una società privata, gestire nella sede societaria le attività pubbliche e anche gli interessi pubblici che il Movimento si è impegnato a sostenere e difendere era in sé una commistione inaccettabile, ingiustificabile, enormemente penalizzante per l’identità collettiva.

Intuisco che questa scelta magari era dettata solo da motivazioni logistiche. Eppure un uomo così appassionato ai principi, alle modalità dell’apparire, alla cura dell’immagine avrebbe dovuto ritenere impossibile una simile confusione di luoghi e di stili.

Casaleggio avrebbe potuto e dovuto esercitare la sua leadership in un luogo diverso da casa propria, essendo – differentemente da Beppe Grillo – impegnato nella conduzione quotidiana, e il Movimento avrebbe avuto ogni diritto di possedere uno spazio suo in via esclusiva.

Non è successo ed è stato a mio avviso un grave errore. Spero che quell’errore serva oggi a valutarlo come tale e a porvi immediatamente rimedio.