14 attori, 12 automobili di scena, 12 “location”, e 3 ore di durata, ma soprattutto uno spettacolo “teatrale” senza teatro, senza palco e platea. Parliamo di Ad occhi chiusi, la performance interattiva di teatro indipendente che sta conquistando Roma (è sold out da settimane), inventata e diretta dal regista Carlo Fineschi, e prodotta dall’associazione L’Albatro. La trasposizione dell’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio (Sellerio, 2004) è qualcosa di piuttosto anomalo nel panorama teatrale italiano. Perché lo spettatore invece di zigzagare tra seggioline e barcacce con le maschere che gli indicano il posto a sedere, si ritrovano in strada, nel quartiere Flaminio di Roma, in un posto stabilito e comunicato via sms o mail qualche giorno prima. O meglio i 50 spettatori di ogni rappresentazione serale vengono divisi in tre gruppi differenti, che partono da tre punti diversi del quartiere romano, perché durante la messa in scena di Ad occhi chiusi dovranno semplicemente seguire ognuno un punto di vista narrativo differente dei tre protagonisti della storia l’avvocato Guerrieri; la presunta vittima Martina Fumai; il presunto colpevole Gianluca Scianatico – salendo su un auto, girando tra diverse location della città, fino a ritrovarsi in un aula di tribunale ricostruita dove i tre gruppi si incontreranno e potranno scambiarsi idee e impressioni sulla loro parallela e peculiare visione.

Ho voluto creare uno spettacolo dove gli spettatori potessero entrare nel racconto e vivere la storia in modo particolare”, spiega il regista Fineschi al FQMagazine. “I protagonisti del romanzo come del nostro testo sono un avvocato, una presunta vittima di violenze domestiche e un presunto colpevole. E come spesso ci capita leggendo i giornali a seconda di chi riporta le notizie le persone si creano punti di vista differenti rispetto al caso giudiziario. Ho pensato che l’idea di dividere in tre gruppi gli spettatori potesse essere appagante”. Gli spettatori si muovono letteralmente tra le strade di Roma tra dodici location che ricordano più l’allestimento di un set di cinema che di teatro: “I punti di vista si incrociano come fosse un unico piano sequenza. Partiamo da tre appartamenti e ci spostiamo in altri luoghi, lo studio dell’avvocato, il tribunale. Poi c’è il momento degli spostamenti in automobile con gli spettatori che diventano come spie di un momento di totale intimità come quello dell’abitacolo di un auto. Ad Occhi Chiusi non ha punti fermi, è itinerante, il pubblico va a casa dopo tre ore con idee diverse sulla storia, e spesso a fine rappresentazione ci sono grandi discussioni su ciò che si è visto. C’è chi è tornato tre volte per vivere tutti e tre i punti di vista. E pensare che il biglietto costa 23 euro”. Già, perché in attesa che il lavoro di Fineschi approdi in un’altra città come Milano, e che Carofiglio impegnato nella promozione dell’ultimo libro lo venga a vedere (“non ci ha fatto cambiare una virgola del suo testo, ma accettato con piacere l’idea dei tre punti di vista”), il successo per la compagna L’Albatro ha anche un aspetto economico da non sottovalutare. Le prime cinque serate a marzo 2016 sono state in co-produzione con il MAXXI di Roma poi, per dare risposta alle numerose richieste di repliche, è partito un crowdfunding per allestire altre date in aprile (già sold out) ed ora si è arrivati all’autosostentamento: “E’ raro nel teatro italiano e per giovani compagnie guadagnare uno stipendio con gli incassi delle serate. Ad Occhi Chiusi lo permette. Gli attori non diventano ricchissimi, ma ogni sera vanno a casa con la loro giusta paga”.

Tra l’altro Ad Occhi Chiusi riesce a stimolare interesse in un ambito, come quello teatrale, in perenne crisi di pubblico ed attenzione: “Penso che la più grande colpa di questa crisi ce l’abbia chi dirige le istituzioni teatrali, non solo ministri ed assessori, ma soprattutto i direttori artistici. Li trovo pigri e per nulla curiosi”, conclude Fineschi. “Poi  le sue colpe le ha anche l’università che laurea studenti che non sanno come si fa teatro, perché hanno studiato solo teorie e concetti al massimo risalenti agli anni ottanta; infine c’è la critica teatrale che vive il teatro solo a livello istituzionale o per fare l’aperitivo e incontrare la bella gente. C’è stata un’importante critica teatrale che ha rifiutato il nostro invito sostenendo che non “aveva chiari i suoi punti di riferimento tradizionali”. Ma in un’operazione artistica non si deve rassicurare nessuno, l’arte deve provocare emozioni”. Per ogni informazione sulle repliche di aprile.