Nel coro dei “tardivi riconoscimenti”, per usare un eufemismo, a Gianroberto Casaleggio che se ne è andato in punta di piedi come nel suo stile, mi hanno colpito positivamente per chiarezza e coerenza le parole del presidente della Repubblica che in linea con il riconoscimento istituzionale doverosamente tributato fin dal suo insediamento al M5S, differenziandosi nettamente dal predecessore, lo ha salutato come “un intellettuale e un protagonista politico innovativo ed appassionato”.

Sul cofondatore del M5S il circo politico-mediatico ha riversato una velenosità, una volgarità, un istinto di aggressione, comprensibile solo con il senso di inadeguatezza ed il timore di marginalità dinanzi al consolidarsi del movimento: qualcosa  che può trovare un paragone solo nell’astiosa insofferenza nei confronti dei magistrati “protagonisti” quelli che, come ha spiegato mirabilmente il neo-presidente dell’Anm Piercamillo Davigo, hanno la sventura di “pescare il luccio troppo grosso”.

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E non a caso una delle accuse costanti e virulente nei confronti del M5S e dei due fondatori è “l’ossessione” per la legalità e per il rispetto condiviso delle regole, la deriva “giustizialista” che dal lontano Vaffa dell’8 settembre del 2007 metteva al centro la questione morale e mobilitava i cittadini per cacciare i corrotti dal Parlamento con una firma.

Anche nell’intervento alla kermesse del M5S ad Imola Gianroberto Casaleggio si era soffermato sui temi della giustizia e su quello quantomai “attuale” della prescrizione che è il motivo molto semplice per cui “non si arriva a sentenza” come lamenta il nostro presidente del Consiglio che “tifa” per il lavoro dei magistrati. Aveva puntualmente denunciato la volontà politica della maggioranza di non volerla riformare e aveva stigmatizzato l’effetto iniquo di un’amnistia permanente che non rende giustizia ed assorbe soldi pubblici ed energie per processi nati morti.

Con l’eccezione del Fatto e del Manifesto anche quell’incontro, in cui in particolare Casaleggio si era concentrato sul rispetto delle regole fondanti del Movimento davanti alla possibilità concreta di poter vincere a Roma e nel paese ribadendo che “i nomi saranno scelti dagli iscritti”, era stato ridotto al presunto stop a Di Maio come candidato premier e all’ennesimo “schiaffo” a Pizzarotti escluso dal palco.

Persino la lunga ed intensa intervista rilasciata da Casaleggio a Marco Travaglio che spazia su tutti i temi e include rigorosamente quelli più “scomodi” a partire dai dissidenti e dagli espulsi, che peraltro 9 volte su dieci hanno rivelato appieno la loro autentica “vocazione politica”, fu liquidata come accomodante perché per una volta al “guru” veniva consentito di spiegarsi e di argomentare le sue affermazioni.

Ma forse per capire pienamente l’avversione viscerale e a tratti l’odio che l’establishment ha riversato su Casaleggio, ancora più che su Grillo peraltro molto più provocatorio ed urticante, è utile aver presente la sua dimensione intellettuale, il suo carattere schivo e riflessivo e soprattutto le sue letture.

Come può essere recepito e considerato nell’ambiente politico e giornalistico autoctono un alieno che come dice Dario Fo legge instancabilmente e guarda con ammirazione e sommo rispetto ai moralisti francesi del 500, in particolare a Montaigne e a Etienne de La Boétie?

Casaleggio amava regalare agli amici e spesso agli attivisti il libro anticipatore dei valori dell’illuminismo di La Boétie, la cui morte prematura a soli 32 anni lascia nello sconforto Montaigne e lo induce a scrivere uno dei suoi saggi più famosi: Dell’Amicizia. In questo discorso sulla tirannide che rappresenta “un antidoto” al Principe di Machiavelli dal titolo eloquente Della servitù volontaria c’è un passaggio che è in qualche modo all’origine della rivoluzione culturale a cui Casaleggio e Grillo si sono costantemente richiamati: “Sono i sudditi a concedere al tiranno la licenza di opprimere“. Trasformare i sudditi in cittadini e creare le condizioni, pur con i noti limiti, perché diventino governanti di se stessi archiviando “la tirannide” della casta partitocratica è il sogno concreto a cui si è dedicato Casaleggio in quelli che sarebbero stati i suoi ultimi operosi anni.