Finzione narrativa e pratica quotidiana del potere non sono mai stati così vicini da quando, nel 2013, ha fatto il suo debutto su Netflix la prima puntata di “House of cards”. Mentre a casa nostra scoppiano gli scandali intorno alle lobby petrolifere e ai loro rapporti ben poco limpidi con il governo, e negli States si arroventa la contesa tra i candidati democratici Sanders e Clinton, il political drama ideato da Beau Willimon vive di vita propria, saldo nell’immaginario di un pubblico ben felice di lacerare il velo di ipocrisia che ricopre le democrazie.

È impossibile non amare questo serial che, pur trasformando la narrazione del potere in una sorta d’inferno a cielo aperto, flirta con la contemporaneità anche fuori dal plot. Un Frank Underwood che inchioda via Twitter il premier inglese Cameron, denunciandone la doppia morale sul caso dei “Panama papers”, è solo l’ultimo degli episodi di una campagna d’instant marketing permanente che Casa Underwood ha intrapreso, sin dalla prima stagione, calcolando volta per volta le congiunture politiche favorevoli.

Le incursioni nella “politica politicata” sono entrate nel vivo delle presidenziali, con tanto di manifesti elettorali con il viso di Kevin Spacey affissi nella metropolitana di Washington D.C., o addirittura lo spot elettorale di Frank Underwood piazzato nel bel mezzo di un dibattito tra i candidati alle primarie repubblicane nel dicembre 2015. Se è vero che il Presidente arrivato dal South Carolina alla Casa Bianca a suon di menzogne, imbrogli e vendette, incarna esattamente ciò che disprezziamo di più nella politica, è altrettanto vero che si tratta di una figura di grande seduzione. La scelta registica di sfondare la “quarta parete” ha permesso allo spettatore di essere taciturno complice delle scelte di Underwood, e persino di dispiacersi nel vedere l’uomo più potente dell’Occidente messo sotto scacco dallo “zar” Viktor Petrov, forse l’unico personaggio del serial ad aver dato filo da torcere al protagonista.

“House of cards” piace anche perché Underwood è un democratico. Soprattutto perché è un democratico. Il processo di mimesi o di comprensione dei lati oscuri del protagonista salterebbe di fronte alla spregevolezza genuina di un Donald Trump. Invece la doppia morale tra progressismo (di facciata) e pratica egoistica del potere creano un formidabile racconto, sia delle trame di Capitol Hill che della comune vita quotidiana, di quella che Foucault chiamava “microfisica del potere”. Così Frank e Claire diventano una proiezione del nostro Io, perché fanno quello che gli altri non sanno o non hanno il coraggio di fare. La paura è uno strumento di attrazione per i sudditi, anche 500 anni dopo Macchiavelli. Dobbs, autore del romanzo che ha ispirato le prime tre stagioni della saga degli Underwood, spiega efficacemente il ruolo di questo sentimento: “Non è il rispetto ma la paura a muovere l’uomo; è così che si fondano gli imperi e cominciano le rivoluzioni. […] La vile paura intossica, travolge, sgomina. È sempre più forte del rispetto”. In questa parole si gioca il finale della quarta stagione, e forse un superamento della teoria di Weber, per cui il potere politico ora diventa “l’uso legittimo della paura”.

Come “Il Principe”, la serie non narra di personaggi in una prospettiva astorica, ma li cala esattamente nel loro tempo. Ne è prova come l’ingresso nella quarta stagione dell’ICO (traduzione dell’ISIS nell’universo narrativo di House of Cards) si sia dispiegato in contemporanea con la reale minaccia terroristica in Europa, e di come l’apologia della paura di Underwood abbia affiancato inconsapevolmente il dibattito sulla sicurezza nazionale scaturito dopo la strage di San Bernardino. A tal punto House of Cards ha fatto presa nel nostro immaginario che è ormai impossibile guardare un dibattito tra Berny Sanders e Hillary Clinton senza far risuonare la frase cinica di Frank: “I congressi di partito sono così divertenti. Somigliano a un nido di cuculi. Sedetevi in fondo e godetevi la scena, mentre tutti cercano di farsi fuori gli uni con gli altri”.