Tre sindaci (e un commissario straordinario) non sono bastati per dare a Roma il museo della Shoah. La parola fine sulla vicenda la scriverà il Consiglio di Stato, forse, il prossimo mese. Quando deciderà se confermare l’affidamento dei lavori al raggruppamento di imprese che si è aggiudicato l’appalto della costruzione dell’opera a Villa Torlonia. Ma potrebbe anche accadere che il ricorso di Cmb, (la società cooperativa muratori e braccianti di Carpi), respinto nei mesi scorsi dal tar, venga invece accolto. Prospettiva questa che allungherebbe, ulteriormente, i tempi di realizzazione del memoriale che il Comune allora guidato da Walter Veltroni aveva deciso all’unanimità di realizzare nel 2005 in 18 mesi appena. Che la giunta Alemanno aveva promesso di realizzare entro il 2013. E di cui Ignazio Marino, alla fine di un’improvvisa accelerazione del dossier rimasta invece senza esito, si era impegnato a porre la prima pietra entro il 2015 in corrispondenza del  settantesimo anniversario della liberazione degli ebrei dai campi di sterminio.

Si è ripiegato nel frattempo su una sede provvisoria dopo le polemiche per i ritardi e le proteste degli ultimi sopravvissuti e delle loro famiglie. E cioè la Casina dei Vallati al Ghetto nella piazza dove furono raccolti il 16 ottobre del 1943 gli ebrei romani prima di essere deportati. Allo stato è l’unica cosa certa, oltre al tempo inutilmente trascorso. E al fatto che di questa storia imbarazzante nessuno parla più mentre si avvicina la scadenza elettorale che incoronerà il prossimo sindaco di Roma a giugno. Ma se i politici tacciono o non ricordano, la battaglia ora si sta combattendo esclusivamente a suon di carte bollate. Dagli atti oggi all’attenzione del Consiglio di Stato è possibile ripercorrere le tappe salienti della vertenza che però è solo la coda di una vicenda molto più complessa. E di cui sfuggono persino i contorni precisi ma inequivocabilmente surreali se non grotteschi.

E’ rimasta senza risposta un’interrogazione che il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, Daniele Frongia aveva presentato nel 2014 al sindaco ‘marziano’ per fare chiarezza anche sulle spese legate al progetto. E in cui si chiedeva conto dei ritardi relativi all’opera ideata già nel 1997 e poi approvata nel 2006 e per cui il comune ha deliberato l’acquisto dell’area, a Villa Torlonia accanto alla residenza privata di Benito Mussolini, per una spesa di 15 milioni. “Realizzarlo in tempi brevi significherebbe garantire ai sopravvissuti la possibilità di vederlo realizzato”, aveva chiesto nell’interrogazione il consigliere pentastellato mentre si faceva largo l’ipotesi che il progetto venisse all’improvviso delocalizzato all’Eur. Archiviando completamente l’idea di realizzare l’avveniristico cubo nero progettato dagli architetti Zevi e Tamburini per Villa Torlonia. E allestendo invece il Memoriale al Palazzo Mostra dell’Arte Moderna all’obelisco di Piazza Marconi. Entro il 27 gennaio 2015, il settantesimo della liberazione di Auschwitz.

Non se ne fece nulla, probabilmente a causa della partita dei costi di cui non si sa praticamente nulla e che ruota attorno alle espropriazioni, le varianti e le permute immobiliari necessari per avere gli spazi per realizzare il progetto di via Alessandro Torlonia, ora largo Simon Wiesenthal. Dove il prossimo sindaco poserà, forse, la prima pietra. A questo scopo anche l’ultima Finanziaria ha scomputato dal patto di stabilità le somme necessarie al comune per realizzare l’opera. O meglio, almeno una parte. Ma c’è di mezzo un ulteriore ostacolo: il ricorso per l’annullamento dell’aggiudicazione definitiva dell’appalto assegnato nel 2015 dopo un anno di lavoro e 23 sedute che sono state necessarie per  valutare le offerte. Classificata al primo posto quella da 13,2 milioni (e un ribasso di oltre il 26%) della Società appalti costruzioni e Alfredo Cecchini srl che ha prevalso su quella da 14,6 milioni (e un ribasso del 18,8%) di Cmb. Che, come detto, si è rivolta al tar ipotizzando una serie di irregolarità che hanno chiamato in causa anche l’Anac, l’autorità anticorruzione. A dicembre il tribunale amministrativo regionale ha respinto il ricorso. Ora l’attenzione è sulla decisione dei giudici di Palazzo Spada attesa per il 19 maggio. Che scriveranno, o forse no, la parola fine sulla sorte del Museo della Shoah.