L’orrore stava lì, nel salone De Luxe di quel vecchio traghetto, ma non sapevo, nella scanzonatezza dei vent’anni, che quella puzza mi sarebbe rimasta impressa nell’olfatto vita naturaldurante. C’erano 140 morti e io, con un collega anziano del Tirreno, Furio Domenici, camuffati con le divise della Labromare, la ditta che affiancava i vigili del fuoco per spegnere gli ultimi focolai su quel traghetto che doveva arrivare a Olbia, ma non fece neanche in tempo a uscire dalla rada, fummo gli unici a salire mentre la nave bruciava.

Il mestiere si faceva così. Dovevo scattare fotografie, mica ci riuscii. Io ero un ragazzino, Domenici ne aveva già viste di cotte e di crude, aveva seguito il terremoto in Irpinia, le stragi di Natale, i delitti del mostro di Firenze. Ma quando arrivammo al salone restammo di pietra. Entrambi. Avevamo delle maschere a coprirci il volto, ma quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata, non è andato più via.

Erano 140: donne, bambini, uomini. Come fosse affacciarsi in un forno crematorio. Non c’era rimasto niente, solo la puzza di pelle bruciata. Sì, forse quella cosa che si respirava nei campi di concentramento nazisti. Tutti morti in pochi secondi, senza un perché verosimile.

Da Il Fatto Quotidiano del 4 aprile 2016