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Molta parte della critica e del pubblico, dunque, per anni ha considerato artisticamente valide solo le canzoni impegnate politicamente e “di sinistra”. Questo è il punto di partenza.

Da dove è nata questa situazione e perché insiste questo retaggio? I motivi di fondo sono quelli che hanno investito, in modo non difforme, gli ambienti culturali italiani nella seconda metà del Novecento: per esempio l’appropriazione del concetto generale di resistenza da parte della sinistra italiana – per via della Resistenza storica –, che ha creato in Italia una sorta di “cristallizzazione partigiana”, rendendo la sinistra stessa spesso retrograda, passatista, paradossalmente conservatrice. L’arte è stata così intesa come strumento atto a “divergere” dal potere costituito, dallo status quo; la canzone è diventata, in questo senso, terreno di rivendicazioni-contro: perché è un oggetto orizzontale, diretto, performativo, da cantare “in faccia”, innologico, che ben si adatta allo slogan politico e al coro d’appartenenza.

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A tutto ciò si unisca il fatto che un luogo di nascita fondamentale per la canzone d’autore italiana – o almeno per la sua intenzione artistica – è l’enorme tradizione dei canti di lotta e di protesta a cavallo tra Ottocento e Novecento. Da questo ramo, da questa predisposizione storica, nacquero esperienze molto interessanti e felicemente artistiche, per esempio col gruppo dei Cantacronache di Torino, nella seconda metà degli anni Cinquanta. D’altra parte, la canzone è un fatto sociale, perché esiste solo nell’esecuzione, quindi è sempre stato considerato lecito – e addirittura consequenziale, se non necessario – che si occupi di messaggi collettivi. È sembrato perciò naturale che le canzoni dovessero conservare quella genesi “partigiana”, senza tener conto però che almeno altri due luoghi genetici altrettanto importanti sono l’aria del melodramma italiano e la canzone napoletana, tradizioni che niente hanno a che fare con la partigianeria e la politica.

Ed eccoci finalmente all’esempio di uno dei casi più eclatanti, l’artista che dà il titolo a questi due scritti: Claudio Baglioni. A detta di chi scrive, Baglioni è uno dei cantautori più dotati in Italia per la sua capacità di composizione, vero e proprio radar del linguaggio orizzontale e dalle indiscusse capacità vocali. Dopo l’enorme successo di canzoni come Questo piccolo grande amore (1972) o E tu… (1974), estremamente riuscite sotto il punto di vista formale e musicale, anche se più semplici nei contenuti, dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, fino almeno alla metà dei Novanta, i suoi brani si sono fatti sempre più strutturati e felicemente riusciti anche nella parte poetico-testuale. Bene: fino agli anni Novanta, pochissime voci della critica e del giornalismo musicale consideravano Baglioni un cantautore di livello.

A fronte per esempio della felice intuizione di Enrico de Angelis (più tardi direttore artistico del Premio Tenco), che nel 1985 e nel 1986 ebbe parole esaltanti per i testi dell’album “La vita è adesso”, la stragrande maggioranza della stampa musicale trattava ancora Baglioni come il cantore delle ragazzine urlanti. L’etichetta – lo ricorderanno i più attenti – deflagrò nella dura contestazione da parte del pubblico durante la partecipazione di Baglioni a un concerto del 1988 organizzato da Amnesty International a Torino: per loro Baglioni non era degno di salire su quel palco. Così inizia una recensione dell’epoca di Gino Castaldo su la Repubblica, parlando di quel poderoso capolavoro che è il disco “Oltre” del 1990: «Bisognerà cominciare a prenderlo sul serio il signor Claudio Baglioni». Non si capisce perché prima non si potesse. Andava così.

Come risolvere il “problema”? Sarebbe forse il caso che un’istituzione come il Premio Tenco cominci ad aprirsi maggiormente, magari invitando finalmente proprio quell’immenso artista che è Claudio Baglioni. Infatti, anche se a detta di chi vi scrive negli ultimi anni il cantautore romano è un po’ tornato sulla semplicità pop che ne ha caratterizzato gli inizi, credo sia fuori dubbio la qualità dei dischi che vanno almeno da “Solo” (1977) a “Viaggiatore sulla coda del tempo” (1999). Oltre vent’anni di raffinatezza di scrittura sia musicale che testuale, autorialità espressiva e capacità tecniche fuori dalla norma. Oltre vent’anni di canzoni non impastate nella melma dell’ideologia: c’è da sperare che finalmente diventi un pregio, anziché un difetto.