Ha debuttato su Fox Crime, con l’episodio From The Ashes of Tragedy, American Crime Story: The People Vs. O.J. Simpson, la serie antologica firmata da Scott Alexander e Larry Karaszewski con la quale la coppia di sceneggiatori riporta sul piccolo schermo il processo del secolo contro l’ex asso del football a stelle e strisce, mostrando una marcia narrativa in più rispetto alla “serie madre”, American Horror Story e inserendo, già dall’esordio, una riflessione sulla società e i media americani che dagli anni ’90 arriva fino ai nostri giorni. La serie si apre, infatti, con delle immagini di repertorio relative alle cosiddette rivolte di Rodney King, sommosse a sfondo razziale scoppiate a Los Angeles due anni prima dell’arresto di O.J. Simpson, riprova “analogica” di una storia che continua a ripetersi, passando dalla testimonianza del formato VHS al digitale. Si tratta ovviamente della questione razziale – evocata, tra il sarcastico e l’amaro, anche dalle note finali, intonate da Nina Simone, di I Shall Be Released, brano del ’67 scritto da Bob Dylan  – e del suo peso all’interno del processo ai danni dell’imputato O.J. “The Juice” Simpson, interpretato dal Premio Oscar Cuba Gooding Jr., affiancato da una portentosa Sarah Paulson nei panni del pubblico ministero Marcia Clark e da John Travolta in quelli di Robert Shapiro, uno dei rappresentanti del Dream Team, la squadra di difensori dell’ex campione “Made in America”.

Una prima stagione di stampo antologico, prodotta da Brad Falchuk e Ryan Murphy, già creatori di AHS, che riporta in tv il cosiddetto “processo del secolo” contro l’ex numero uno del football americano accusato di aver ucciso l’ex moglie Nicole Brown e l’amico di lei, il cameriere che sognava Hollywood, Ronald Lyle Goldman. Un cortocircuito televisivo, una sorta di Nastro di Möbius del piccolo schermo che lega le immagini del processo del 1995, seguito morbosamente da stampa e opinione pubblica, a quelle ricostruite nella serie tv. E proprio il procedimento giudiziario ai danni dell’ex sportivo accusato di uxoricidio è l’elemento scatenante che ha portato all’affermazione di un giornalismo ossessivo per un pubblico altrettanto avido di news scottanti. Un circolo vizioso fatto di servizi scabrosi, scandali, inseguimenti e funerali in diretta tv che ci ha portati dritti a spiare dal buco della serratura delle vite degli altri attraverso confessionali, profili social o, addirittura, filmini pornografici (l’involontario esordio a luci rosse che ha fatto la fortuna della dinastia Kardashian, presente nelle serie attraverso la figura del capofamiglia Robert, avvocato e migliore amico dell’atleta interpretato dall’ex Ross di Friends, David Schwimmer).

Basata su The Run of His Life, libro del 1996 firmato dall’avvocato e analista Jeffrey Toobin (nonché consulente nel corso della produzione), ACS: The People Vs. O.J. Simpson rende evidente il tocco apportato dal duo di sceneggiatori già noti al grande schermo per Ed Wood, Man On The Moon o Big Eyes. Alexander e Karaszewski, infatti, consapevoli di trovarsi tra le mani materiale di per sé già esplosivo, lo assecondano senza caricarlo o sottolinearlo di eccessi, attenti alla ricostruzione degli eventi e ad una pluralità di punti di vista che permettono allo spettatore di costruire un quadro complessivo degli avvenimenti. From The Ashes of Tragedy, come suggerisce il titolo, parte dalle ceneri della tragedia consumata la sera del 13 giugno 1994 a Brentwood, quartiere residenziale di Los Angeles, dove furono uccisi la Brown e Goldman, per mostrare l’inizio di quell’ossessione mediatica che troverà nel celebre inseguimento in diretta tv della polizia al seguito di O.J. Simpson, a bordo dell’ormai iconica Ford Bronco bianca, il punto di non ritorno, alimentato da un processo in diretta tv e prime pagine dei tabloids.  Ma ACS: The People Vs. O.J. Simpson rappresenta anche l’ultimo esempio, in ordine cronologico, di un’altra “passione” che non sembra conoscere crisi: quella per le serie a sfondo crime/procedurale, da classici “soft” come La Signora in giallo e Colombo, replicati all’infinito dai canali generalisti nostrani, ai più recenti The Killing o True Detective, che, nell’ultimo anno, sembra aver imboccato un sentiero del tutto inedito grazie all’unione di fiction, documentario e cronaca.

Lo abbiamo già visto con The Jinx: The Life And Deaths of Robert Durst, mini-serie HBO diretta da Andrew Jarecki incentrata sulle tappe giudiziarie che hanno scandito la vita privata e pubblica del presunto serial killer milionario per oltre trent’anni, e con Making a Murderer, la più discussa, controversa e chiacchierata docu-serie della scorsa stagione televisiva sviluppata da Laura Ricciardi e Moira Demos per Netflix, prodotto tv che unisce cronaca e serialità grazie al suo protagonista, Steven Avery, detenuto in prigione dal 2005 con un’accusa di omicidio per la quale continua a professarsi innocente dopo aver già scontato diciotto anni, dal 1985 al 2003.

Tre stili narrativi e visivi molto dissimili tra di loro, accomunati però dal medesimo obiettivo: scandagliare una storia di matrice criminale con un andamento che oscilla tra la ricostruzione investigativa e il ritratto sociale e culturale degli Stati Uniti, delineato attraverso le storie private dei tre uomini, Simpson, Durst e Avery. Un trittico che racconta un’America sfaccettata e in contrasto con se stessa, vista attraverso la lente d’ingrandimento posta sulle storie degli imputati, sullo scontro razziale, gli errori giuridici o le ingiustizie processuali. Dal privilegiato Durst, figlio di uno dei costruttori più potenti dell’East Coast, tra case estive negli Hamptons e luccicanti grattaceli newyorchesi, alla celebrity della patinata Los Angeles che ci porta in un mondo fatto di partite a golf e ville faraoniche fino a quell’America sperduta dei paesini del Midwest, tra distese di campi, pick up e inverni nevosi che fanno da sfondo alla ballata triste di Steven Avery.