Non canta più, il “maestrone”. Eppure lunedì 11 Francesco Guccini dovrà lasciare la sua Pavana, tana nascosta nell’Appennino tosco-emiliano, per venire a Milano e solcare il palco del Teatro Dal Verme. Una serata in cui si troverà “tra le mani” di Massimo Cirri, voce storica di Radio Popolare e di Caterpillar, a ripercorrere la sua carriera, “se così la vogliamo chiamare”.

Ora preferisce scrivere libri che canzoni: ogni tanto, però, non le torna la voglia? Non è un po’ come cercare di smettere di fumare?
È stato più facile smettere di fare concerti che di fumare. Infatti sono ancora un fumatore tremendo. Malinconia dei concerti non ce l’ho. A volte, però, mi vengono in mente le serate fatte con gli amici musicisti. Mangiavamo due volte, prima e dopo il concerto. Giocavamo, dicevamo moltissime barzellette. Quello mi manca.

Crede che arrivati a una certa età, i cantanti debbano smettere di fare i concerti?
Dipende dal carattere, ci sono artisti che a novant’anni cantano ancora. Io, invece, mi stancavo troppo: non ne potevo più. Lo stesso valeva per la produzione di dischi: ora non ci penso proprio a scrivere canzoni.

E le sue chitarre dove sono?
Abbandonate in un angolo. Ammesso che sia mai stato in grado di suonare, ora non posso più: quando le riprendo in mano, non ho più i calli alle dita e mi faccio male. E allora capisco come suonare sia un episodio legato al passato.

Lunedì 11, però, torna sul palco del Teatro Dal Verme di Milano per raccontare 40 anni della sua carriera…
Sì, e non ho idea di cosa salterà fuori mentre sarò nelle mani di Massimo Cirri. Parleremo di una carriera – se così la vogliamo chiamare – che nonostante un esordio casuale ho poi capito essere il mio mestiere. Io sono un chiacchierano che ama andare senza freni. E un ricordo tirerà l’altro, come le ciliegie.

“Gli eroi sono tutti giovani e belli”. Oggi in cosa la vede la rivoluzione della gioventù?
Non la vedo, i giovani d’oggi hanno meno possibilità di noi. Pensi solo all’Appennino: sta morendo anche perché le poche industrie che c’erano sono in decadenza. Eppure alcuni giovani stanno tornando alla natura. Qui sugli Appennini si sono radunati alcuni hippy che si fanno chiamare Elfi. Sono circa duecento e vivono in case abbandonate senza corrente né luce. Io ai giovani consiglierei solo una cosa: leggete, leggete, leggete, perché solo leggendo si apre la mente e si scoprono nuove possibilità.

In diverse canzoni ha raccontato della forza della natura – come in Un vecchio e un bambino o Acque. E a proposito del rapporto tra uomo e natura, mi chiedo se il 17 aprile andrà a votare al referendum.
Adesso ho un braccio immobilizzato a causa di una caduta, ma tra poco mi toglieranno la fasciatura e vedremo. È un referendum importante, perché il tema è complesso e semplice allo stesso tempo.

E quindi cosa sceglierà il 17 aprile?
Non voglio dirlo perché ogni mia risposta politica scatena reazioni su Facebook per cui vengo insultato e lodato insieme. Facciamo come un tempo: il voto è segreto. Poi, si sa quali potrebbero essere le mie scelte.

Perché le interessa l’opinione che avranno di lei su Facebook? Usa questo social network?
Assolutamente no. La mia conoscenza del computer si ferma al tasto on-off. Ma ho la gente che mi informa e mi viene a dire: “Ti stanno infamando”.

A proposito di posizioni politiche, qualche settimana fa Matteo Renzi ha citato una sua canzone in un discorso alla Camera dei Deputati. Che effetto le ha fatto?
Le canzoni sono innocenti: non sono responsabile delle persone che le citano. Comunque, rispetto all’opinione di Matteo Renzi o di qualunque altro politico, preferisco quella di Dino Zoff. Lui ha detto più volte che ama le mie canzoni e con lui sì che mi sono incontrato: è una persona per bene. Non come i politici.

Nel senso che non le interessa l’opinione dei politici o nel senso che non crede non ci possano essere brave persone nel mondo politico?
Tutte e due.

Come ama trascorrere le giornate Francesco Guccini?
Vivo nel piccolo paese dove ho passato i primi cinque anni della mia vita. Qui ritrovo qualche vecchio amico, i sopravvissuti. Poi amo leggere, ma non più come una volta perché ho un difetto agli occhi e faccio molta fatica. Così ora ascolto gli audio libri: in questi giorni sto sentendo i Promessi Sposi. Anzi, tra poco devo andare perché voglio sapere come va a finire (ride, ndr.)

Lei ha una vita ritirata. Viene in mente il commento che al funerale di Umberto Eco ha fatto Moni Ovadia: “Le persone che amano il sapere dovrebbero unirsi per dare alla cultura e al sapere la centralità che meritano”. Cosa ne pensa?
Preferisco che un intellettuale come Umberto Eco si sia espresso attraverso il suo modo di vivere e l’insegnamento, senza unirsi a nessun gruppo. Credo che ogni intellettuale dovrebbe esprimersi attraverso quello che fa o che scrive e non grazie a gruppi di appartenenza.

Questa è stata anche la sua scelta?
Non ho una personalità così grande da potermi paragonare a Umberto Eco. Non è falsa modestia, solo non ho una grossa opinione di me. Nonostante questo, una volta alcuni religiosi mi hanno addirittura detto che la loro vocazione è nata ascoltando alcune mie canzoni. In realtà, penso che tra qualche anno sarò dimenticato. Ma tanto, non ci sarò più e non mi interesserà.

È un grande estimatore dei fumetti. Ama molto Milano Manara, per esempio. Qualche settimana fa in un’intervista il maestro del fumetto erotico mi ha detto che “a 70 anni l’erotismo non scompare, diventa solo più intellettuale”…
Ha ragione. Ora certe forze giovanili non ci sono più, ma la mente funziona ancora bene. Un proverbio delle mie parti dice: Piutost che nient l’è mei piutost. Un segreto? Non ne ho, ma ho una moglie molto più giovane di me.

Oltre alla sua attività di scrittore, ha qualche sogno nel cassetto?
L’unica cosa che vorrei sarebbe avere quarant’anni in meno, avere la forza che avevo una volta. Ecco, mi manca andare andare a camminare per i boschi.

Il 10 marzo è andato per la prima volta al campo di concentramento di Auschwitz, 50 anni dopo la tua canzone-manifesto…
È stata una botta allo stomaco, un’impressione durissima. Ma, anche dopo avere visto il campo di concentramento, non cambierei nulla della mia canzone. Le canzoni non si riscrivono.

Su di lei ha scritto molto Emiliano Liuzzi, giornalista del Fatto Quotidiano recentemente scomparso.
Ha scritto moltissimo su di me, aveva grande passione. Lo ricordo bene: era un bravo giornalista. Ci siamo rimasti tutti male, anche mia moglie e mia figlia.

Emiliano, in un articolo sulla Strage di Bologna che nasce da una conversazione con lei, ha scritto: “Le ferite non fanno parte della vita, casomai la cambiano”.
(ride, ndr.) Chissà che non avesse proprio ragione.