Mondo, tra qualche decina di anni.

L’atteggiamento solidale, forse mai esistito anche se preteso per legge, di far crescere un bambino altrui nel proprio grembo, si stava con gli anni esaurendo, cresceva, viceversa, il senso di rivalsa per una pratica egoistica e mortificante che di fatto non permetteva alle donne in maternità di provare i sentimenti tipici di questo stato. Questo non di rado comportava eccessive richieste economiche e strazianti disaccordi sulle regole di locazione. I governi combattuti fra le accuse di omofobia e quelle di favorire la mercificazione del corpo femminile, attendevano con trepidazione che la fantascienza di un “mondo nuovo”, con fabbriche di bambini e uteri artificiali, si trasformasse finalmente in scienza. Corroborati da tali aspettative, gli scienziati compirono gli ultimi sforzi e misero a punto una macchina in grado di portare avanti non solo la fecondazione, ma anche la gestazione umana. L’utero artificiale si rivelò ben più affidabile di quello umano, in nove mesi precisi, senza timori di aborti, di parti prematuri, o di qualsiasi altro tipo d’incidente, “sfornava” bambini perfetti.

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Chi non poteva avere figli vide finalmente la possibilità di realizzare un sogno! Ben presto iniziarono a rivolgersi alla macchina anche quelle coppie per cui la gravidanza poteva rappresentare un rischio, e poi via via tutte le altre coppie per cui la macchina non era più una necessità ma una semplice scelta. Ormai una nascita naturale era diventata un evento dimenticato. Ma man mano che i figli dell’utero artificiale aumentavano e migliorava la possibilità di valutazioni statistiche, si iniziò ad intravedere che quei bambini, per quanto curati alla perfezione, intelligenti e ben nutriti, sembravano privi di qualcosa difficile da definire, una sorta di velatura dei sentimenti, un’affettività un po’ smorzata. Gli psicologi non sapevano che dire, i religiosi, ripetevano che la farina del diavolo finisce sempre in crusca.

Solo una giovane donna, che per ignoranza aveva partorito naturalmente, disse alcune parole che ai più sembrarono insensate: “Avere un bambino in grembo comporta moltissime sensazioni, gioia, ansia, paura per il futuro, piacere immenso nel cominciare a sentire qualcosa che prima sei tu e poi diventa un altro, che senti muovere, pulsare e scalciare. E’ un contatto reciproco e continuo attraverso il quale madre e bimbo, e anche il padre, possono conoscersi sempre meglio ben prima della nascita. Tutto ciò è semplicemente il frutto della nostra evoluzione, e queste esperienze relazionali, per quanto possano sembrare vaghe e soggettive, rimangono come tracce nel nostro corpo, un imprinting che dura tutta vita su cui si costruiscono le esperienze successive. Se l’utero in affitto è un modo per prevaricare con i propri desideri i sentimenti della madre affittuaria, l’utero macchina, pur raggiungimento l’obiettivo, non può che trascurare quella complessità di segnali che vengono dal mondo ancestrale del nostro corpo per trasformarsi in una dimensione psichica. Forse questo trasmette ai bambini un velo di tristezza”.