Circa 200 milioni, sugli 1,92 miliardi di dollari della maxi tangente pagata dall’Eni, secondo l’accusa, per aggiudicarsi l’acquisto del giacimento petrolifero nigeriano Opl 245, sono finiti in Italia. Sui conti dell’ex responsabile Agip per la Nigeria Vincenzo Armanna e dei faccendieri Luigi Bisignani e Gianluca Di Nardo. La vicenda è quella per la quale sono indagati a Milano per corruzione internazionale anche l’amministratore delegato del Cane a sei zampe Claudio Descalzi, il predecessore Paolo Scaroni e il capo della Divisione esplorazioni Roberto Casula. Secondo quanto scrive Repubblica, dalle carte messe a disposizione degli indagati dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro emerge che 200 milioni sono stati appunto “retrocessi” per remunerare “amministratori e dirigenti di Eni”, oltre che gli intermediari che li misero in contatto con pubblici ufficiali africani come l’ex ministro del petrolio Dan Etete, l’ex presidente Goodluck Jonathan e il figlio dell’ex dittatore Sani Abacha. A loro volta, secondo l’accusa, corrotti dal gruppo petrolifero per ottenere la concessione del campo di esplorazione petrolifera da parte della società Malabu.

L’accusa, oltre a Eni, cita anche Shell, anch’essa indagata sulla base della legge 231 sulla responsabilità amministrativa. La società pubblica italiana avrebbe versato il denaro in cambio del diritto di sfruttamento “senza una gara di appalto, in violazione della riserva di quote alle società locali”.

Ma, oltre ai soldi finiti nelle tasche dei politici locali, ci sono appunto i 200 milioni che per l’accusa, stando al quotidiano romano, sono tornati ai manager italiani. In particolare ad Armanna l’8 maggio 2012 sono “stati trasferiti 917mila dollari su un conto presso la filiale Ubi di Bergamo con la motivazione “eredità Giuseppe Armanna””. Ci sono poi altri 120 milioni trasferiti dal mediatore nigeriano Emeka Obi “presso Lgt di Ginevra” e una parte di questi, circa 21 milioni di franchi svizzeri, sarebbero arrivati a Di Nardo “presso la banca Safra Sarasin di Lugano”.