di Luigi Manfra *

Recentemente sui giornali, e più ancora in rete, sono apparsi numerosi commenti molto negativi in merito al provvedimento, approvato dall’Unione europea, che consente alla Tunisia di esportare in Europa 35mila tonnellate di olio d’oliva a dazio zero che si aggiungono alle 56.700 tonnellate già previste dall’accordo di associazione tra Ue e Tunisia. Il totale delle importazioni senza dazio sarà quindi di quasi 92.000 tonnellate l’anno.

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L’olio è il principale prodotto agricolo esportato dalla Tunisia verso l’Unione Europea, la sua produzione dà lavoro, direttamente o indirettamente, a più di un milione di persone e rappresenta, in valore, più di un terzo delle esportazioni totali. Gli attentati nell’ultimo anno hanno colpito duramente l’economia tunisina, riducendo fortemente gli introiti provenienti dal turismo e quindi per aiutare il paese l’Unione Europea ha varato questa misura che il Parlamento europeo ha approvato apportando alcune modifiche a protezione del mercato interno. L’accordo, nella sua stesura finale, ha una validità di due anni e riguarda soltanto l’olio la cui origine certificata attesti la provenienza tunisina al fine di evitare che, una volta arrivato in Europa, sia spacciato e venduto come olio spagnolo o italiano. In questa campagna mediatica, condotta da molte associazioni agricole europee si è distinta particolarmente la Confagricoltura italiana che ha paventato addirittura la rovina di un terzo dei coltivatori italiani e la perdita di circa 300mila occupati del settore.

Per verificare la fondatezza di queste critiche è utile esaminare la struttura del mercato mondiale dell’olio che presenta aspetti singolari. La produzione, infatti, varia sensibilmente di anno in anno sulla base del clima e di eventuali problemi di natura fitosanitaria. Nel 2015 sia la Spagna che l’Italia, i più grandi produttori europei, hanno avuto fortissimi cali produttivi, prontamente recuperati nel 2016. In Tunisia, invece, i risultati sono stati di segno opposto, 170mila tonnellate quest’anno contro 340mila dell’anno precedente.

Esaminando più in dettaglio il mercato interno vediamo che l’Italia non è autosufficiente. Infatti, in media, produce 500mila tonnellate di olio di oliva mentre ne consuma circa 600mila. Deve quindi importare l’olio dall’estero. Le imprese, sulla base della capacità produttiva installata in Italia, e al fine di minimizzare i costi di produzione, ne importano 450mila tonnellate molte di più di quelle che servono a soddisfare il deficit di consumo nazionale che è di sole 100mila tonnellate. Le 350mila tonnellate eccedenti, miscelato spesso con olio nazionale, vengono imbottigliate e vendute sia all’interno che all’estero.

Le importazioni italiane provengono, sostanzialmente, dalla Grecia, Tunisia, Portogallo e, soprattutto, dalla Spagna che copre più della metà del totale.

La Tunisia, dopo l’annata record 2014, è tornata ai livelli di produzione medi degli anni precedenti con circa 170mila tonnellate di cui 40mila destinate al consumo interno e 130mila all’esportazione. Sulla base di queste stime nel 2016 le importazioni italiane di olio d’oliva tunisino, con dazio e senza dazio, dovrebbero essere in totale 65mila tonnellate, cioè meno di un quarto dell’olio spagnolo e circa il 20% delle importazioni totali.

In conclusione vanno sottolineati questi tre aspetti.

Non sembra che le quantità di olio tunisino importato in Europa, tutto sommato modeste, possano rappresentare una minaccia reale per i produttori italiani.

Questi ultimi dovrebbero, invece, temere il possibile comportamento delle imprese importatrici italiane più grandi che, nei due anni di vigore dell’accordo, potrebbero sostituire parte delle 57.000 tonnellate, obbligatoriamente destinate alla riesportazione fuori dall’Europa, con le 35.000 tonnellate del nuovo provvedimento, libere da questo obbligo, al fine di immetterlo sul mercato interno. L’effetto di questa manovra, poiché l’olio tunisino costa meno di quello italiano, provocherebbe una pressione al ribasso dei prezzi di vendita anche dell’olio italiano, danneggiando i piccoli produttori.

Per quanto riguarda, infine, la Tunisia i benefici del provvedimento si tradurranno prevalentemente in un aumento dei profitti per le imprese olearie tunisine più grandi. Il 90% delle esportazioni di olio d’oliva della Tunisia provengono infatti da sole 40 aziende, molte delle quali sono partecipate da capitali europei.

* Responsabile progetti economici-ambientali UNIMED  già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma