di Fabio Zita *

Dalle ultime dichiarazioni sull’aeroporto di Firenze del Presidente Rossi, si direbbe che alle sue già innumerevoli qualità abbia aggiunto doti divinatorie, che gli permettono di anticipare (inopportunamente) a noi semplici cittadini quali saranno le conclusioni di un procedimento ancora non concluso, e di auto-proclamarsi Presidente di un Osservatorio ambientale ancora non esistente. Viene da riflettere su un dato i cui effetti stanno incidendo profondamente, nel bene come nel male, sull’evoluzione della società toscana intesa come insieme di funzioni, attività e relazioni: è da quasi mezzo secolo (per l’esattezza 45 anni) che in Toscana governa sempre lo stesso partito, pur con variazioni più nominalistiche che sostanziali.

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Si tratta di un periodo particolarmente lungo, riscontrabile in Italia credo soltanto nell’esperienza delle Regioni Emilia-Romagna e Umbria. A livello mondiale, senza voler ovviamente proporre ingiustificabili parallelismi, si rileva una tale longevità, per esempio, in Cina e a Cuba. Seppur non ve ne sia bisogno, non voglio mancare di ricordare che questa condizione è il frutto di una legittimazione avvenuta attraverso il voto democraticamente espresso dai toscani. Questo però non può impedirmi di esprimere un giudizio personale sugli effetti della permanenza sul palco degli stessi orchestrali per un tempo così rilevante.

Quarantacinque anni ininterrotti nelle stanze del potere hanno logorato al suo interno il soggetto politico che di tale potere è titolare, come un ingranaggio che, riproducendo sempre lo stesso movimento, si consuma inesorabilmente. La dimostrazione di questo logoramento è palese nel crollo dell’affluenza al voto delle recenti amministrative, drammaticamente significativo del disinnamoramento dei toscani verso questa politica.

Non vedo nella classe dirigente del partito di governo:
– capacità reattive e propositive in senso innovativo, che dovrebbero essere la base per garantire alla Toscana un futuro meno incerto;
– disponibilità al confronto, alla discussione anche con chi non è della stessa opinione, sui grandi temi dello sviluppo;
– capacità di riconoscere le ragioni della controparte, se utili a migliorare la progettualità degli obiettivi posti.

Vedo invece, nella stessa classe dirigente, una costante forzatura dell’applicazione del ‘pensiero unico‘ su grandi temi cari a lobby potenti. Prendiamo ad esempio l’affaire aeroporto (pista di 2.000 metri prima e poi di 2.400; presentazione di un master plan quando la legge in modo inequivocabile impone un progetto definitivo, con la giustificazione che in Italia è così che si fa ‘per prassi consolidata’, a riprova che le regole in questo paese non valgono per tutti allo stesso modo; incredibili carenze progettuali della documentazione presentata, che lasciano trasparire una sfrontata certezza che tanto tutto è già deciso e che quindi è inutile spendere tempo e soldi): questa vicenda è la risposta nei fatti all’affermazione del capo del governo che in televisione ha dichiarato: ‘Dire che noi siamo quelli delle lobby a me fa, tecnicamente parlando, schiattare dalle risate‘. Noi non ridiamo e siamo anzi molto preoccupati.

Vedo altresì la volontà di limitare l’applicazione delle regole esistenti in tema di tutele ambientali e di partecipazione della società civile alle scelte che coinvolgono la nostra vita e quella delle future generazioni, regole che furono fortemente pubblicizzate al tempo della loro approvazione. Vedo (ahinoi!) una routine di scelte politiche sostanzialmente ripetitiva di generazione in generazione su tutte le altre questioni comunque di interesse per i toscani; un’attività senza fantasia, senza adeguata progettualità, senza una visione a più ampio raggio sulla gestione dello sviluppo, che invece opera sulla spinta di un model lo consolidato che è sostanzialmente – da 45 anni – la ripetizione di se stesso.

Vedo una classe politica che ha perso lo ‘smalto‘ di un tempo, che vivacchia sulle glorie di momenti di maggior fulgore e fermento, che ripropone costantemente gesti sempre uguali, rappresentativi di una cultura asfittica, figlia di una persistente omogeneità del colore politico, come una orchestra di vecchi e stanchi musicisti, priva di passione, ormai abituata a suonare senza pubblico. Non vedo l’inaugurazione di una nuova stagione caratterizzata da livelli di rinnovamento della classe politica: gli homines novi che fanno il loro primo ingresso nella assemblea elettiva e nella giunta di governo in sostituzione degli insider della politica (così come i riciclati) sono semplicemente i boy scout della Leopolda.

La responsabilità comunque di tutto ciò ritengo sia anche da attribuire alla totale mancanza, in questa regione, per moltissimi anni, di una opposizione che avesse realmente l’obiettivo di governare secondo il principio dell’alternanza, unica garanzia per avere una classe politica all’altezza dei tempi. Molti hanno pensato e pensano tuttora che questa mancanza sia il risultato del ‘patto scellerato‘ sottoscritto (ma non scritto) tra ‘destra’ e ‘sinistra’ (se ancora hanno un senso questi termini), studiato ed applicato per permettere a ciascuno ciò che effettivamente gli interessa: alla destra il potere finanziario ed economico; alla sinistra il primato della politica con la P maiuscola in tutte le sue articolazioni e diramazioni. Insomma, la classica spartizione della torta. Forse ora una opposizione ‘di governo’ si sta delineando e questo, oltre a portare beneficio alla dialettica politica, e di riflesso ai toscani, fa anche pensare che nel futuro sarà possibile arricchire l’orchestra di nuovi musicisti, per sentire una musica diversa e, come in tutte le democrazie evolute, verificare se ci piace.

* architetto, fino al 2014 dirigente del Settore VIA della Regione Toscana, membro della Commissione VIA nazionale, ha diretto in seguito il Settore Tutela, riqualificazione e valorizzazione del Paesaggi. Questo articolo è un’anticipazione del numero 39 della rivista di perUnaltracittà La Città invisibile