I Cara sono quei centri dove sono “ospitati” i richiedenti asilo in attesa della risposta da parte della commissione che concederà o meno lo status di rifugiato. Tra questi “ospiti”, dunque, ci sono molte persone che hanno dovuto abbandonare la loro terra in stato di guerra, hanno dovuto abbandonare i loro cari, hanno compiuto viaggi terribili e visto la morte in faccia.

Poi arrivano qui, e si trovano a dover risiedere obbligatoriamente in un centro, il Cara, che è una gabbia a cielo aperto: ci stanno in media sei mesi, alcuni per un anno. Tanto ci vuole per avere una risposta. Nel frattempo, la vita di quella persone in fuga, già spossessate di tutto ciò che hanno, naviga in un vuoto assoluto. In una gabbia, senza più passato, né futuro, in un eterno presente senza tempo, senza prospettive.

Poi, arrivano le telecamere di Striscia la notizia, e allora l’ennesima stazione della loro via crucis diventa quella televisiva. Il programma di Ricci si prende gioco di loro mentre saltano le recinzioni per uscire dalla gabbia in cui sono rinchiusi senza colpa alcuna, e ne fa zimbello. Li espone al pubblico ludibrio, oscenamente, sacrificalmente. Chi sono, questi? Quali le loro storie, probabilmente tragiche? Perché stanno provando a uscire? Nulla di tutto questo: se ne ride, facendone esponenti ridicoli di varie nazionalità in un “campionato salto inferriata”, a avvalorare la tesi che “questi” (un questo indistinto, come si conviene alla paranoia dell’invasione) arrivano e ci sfuggono.

Non solo un magistrale esempio di disinformazione (un fatto totalmente decontestualizzato, che viene usato entro i soliti frame percettivi: clandestino-criminale-invasore), chè a quelli siamo abituati, ma anche un clamoroso esempio di razzismo: la persona reale scompare, ciò che resta è l’immagine grottesca che noi facciamo di lei, e quell’immagine è del “marocchino” che non riesce a saltare perché “ha mangiato troppo cous cous” (giusto a un passo dalla scimmia con la banana, o dal selvaggio con le labbra grosse e l’anello al naso). Ma poi, più di tutto, un vergognoso oltraggio al concetto stesso di umano: quando manca a tali livelli il rispetto per chi soffre non c’è più possibilità di salvezza, per nessuno.