Said ha quasi 30 anni. Oggi vive e lavora in Italia, ma prima di arrivare a Genova ha passato sei anni in un carcere marocchino, per aver confessato la propria omosessualità. Karim invece è nato in Iran, è un transessuale. Quando i suoi genitori hanno scoperto che si era fatto rimuovere il seno, lo hanno picchiato, aprendogli le cicatrici e costringendolo a tornare in ospedale. Sono storie diverse, ma legate da un filo comune, quello che unisce le centinaia di migranti gay, lesbiche, transessuali e bisessuali, che ogni anno fuggono da maltrattamenti, violenze e discriminazioni. Basti pensare che nel mondo, secondo l’Ilga, associazione internazionale per i diritti lgbt, ci sono ancora 78 paesi in cui l’omosessualità è fuorilegge, e di questi 7 prevedono la pena capitale.

Una realtà ancora poco conosciuta quella dei migranti lgbt, anche tra chi lavora nei servizi per l’accoglienza, ma in aumento insieme alla crescita dei flussi migratori. E che pone davanti nuove problematiche, perché spesso queste persone, una volta ottenuto lo status di rifugiato, si ritrovano sole, senza una casa e senza un lavoro. Discriminati perché stranieri e allontanati dalla loro comunità perché gay. In Germania, ad esempio, sono stati da poco progettati due centri di accoglienza, uno a Berlino e l’altro, più piccolo, a Norimberga, riservati esclusivamente a transessuali e omosessuali. Lo scopo è quello di proteggerli da violenze e abusi che spesso subiscono dagli altri stranieri.

In Italia, esistono diverse realtà, come lo sportello Migra dell’Arcigay (pioniere per quanto riguarda il tema), specializzate proprio nell’aiuto degli stranieri in fuga da omofobia e transfobia. Fare una stima esatta dei numeri, per ora, è impossibile. Prima di tutto perché non sono mai state realizzate statistiche ufficiali per capire la dimensione del fenomeno, e poi perché ci sono molti che non hanno il coraggio di chiedere aiuto, si rifiutano di ammettere la propria identità, o la vivono come una seconda vita, tenendola nascosta per paura. Alcuni poi si muovono autonomamente per fare richiesta di protezione, senza rivolgersi alle associazioni.

“Noi in circa sei anni siamo entrati in contatto con 200 persone” racconta Giorgio Dell’Amico, responsabile nazionale di Migra. Per ottenere la protezione non è necessario che il paese di origine abbia leggi che proibiscono l’omosessualità. “La commissione esamina la storia del migrante, che deve essere attendibile. La persecuzione può essere statuale o non statuale. Può arrivare anche da un capo villaggio o da un’autorità religiosa”. Da molti anni Dell’Amico offre aiuto psicologico e assistenza a chi abbandona la propria terra, in cerca di maggiori diritti. “Alcuni hanno alle spalle un passato di sofferenze. Ci sono storie drammatiche, di persone che sono state costrette a nascondersi per tanti anni, di altre che hanno subito vessazioni, violenze, o pressioni della famiglia perché si sposassero”.

In maggioranza si tratta di uomini e non c’è una nazionalità in cima alla classifica. “Abbiamo assistito persone dall’Iran, dal Bangladesh, dal Marocco, dalla Russia e dal Camerun“, spiega Jonathan Mastellari, portavoce di Migrabo, associazione di Bologna. “Ora stiamo seguendo un ragazzo che viveva in un paese sulle montagne dell’Albania. Lì c’è ancora un ambiente molto omofobico”. Ci sono casi di violenza che mettono i brividi. “In passato abbiamo aiutato un ragazzo gay del Pakistan: suo padre, dopo averlo scoperto, ha ucciso il fidanzato”.

I nove volontari di Migrabo, alcuni dei quali stranieri che hanno già fatto il percorso di asilo, sono preparati a 360 gradi. “Aiutiamo a compilare i documenti per la richiesta di protezione e a ricostruire la propria storia. Diamo assistenza legale e una mano nella ricerca di un alloggio. Spesso scappano dall’omofobia, per poi ritrovarla tra i connazionali nel paese dove migrano”. Anche per questo l’associazione ha deciso di non produrre volantini o materiale cartaceo. “C’è il rischio, ad esempio, che un compagno di stanza possa trovare un volantino nella tasca dei jeans e capire così la vera identità di chi vive con lui. Ogni traccia può essere pericolosa per il migrante, ed esporlo a violenze e ostilità”. Oggi Migrabo sta cercando di allargarsi, andando ad aprire punti di ascolto anche in zone non coperte. “Vorremmo creare una rete più solida. Con l’aumento del processo migratorio cresce anche il bisogno di questo tipo di servizi. Ma è necessaria anche una maggiore preparazione di chi lavora nei centri, in carcere, nelle mense e nei dormitori. Ci sono persone che non hanno la formazione adeguata, si improvvisano”.