Più la Banca d’Italia si giustifica per come sono stati gestiti i casi delle quattro banche poste in risoluzione il 22 novembre scorso, più appare evidente che qualcosa non funziona. Le giustificazioni addotte, infatti, contraddicono e sconfessano l’operato della stessa Banca d’Italia in altri casi. A mettere il dito nella piaga è Francesco Bedino, ex presidente di Bene Banca, che nei giorni scorsi ha scritto una lettera aperta al presidente della Repubblica e al capo del governo denunciando l’impossibilità di ottenere giustizia in questo Paese, dove l’Autorità di vigilanza bancaria viene trattata in sede giudiziaria alla stregua di un “ente infallibile”, sistematicamente schermato dalle sue oggettive responsabilità. E’ da tre anni che Bedino e con lui altri ex consiglieri e figure apicali della banca di credito cooperativo di Bene Vagienna (Cuneo) lottano in tutte le sedi perché emerga la verità sul commissariamento del loro istituto, giudicato illegittimo. Verità negata dalla giustizia amministrativa e anche da quella penale che ha respinto, archiviandole, le accuse di falso avanzate nei confronti di Banca d’Italia. Ma andiamo per gradi.

Nei casi di Banca Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti, Bankitalia è stata accusata di intempestività nel commissariamento dei quattro istituti, accusa che Via Nazionale ha respinto sottolineando come: “Il margine di discrezionalità di tale decisione è assai ristretto. Un’azione troppo tempestiva potrebbe indurre a commissariare un istituto ancora in grado di proseguire la propria attività. Se lo facesse, la Banca d’Italia opererebbe al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento”. Quanto ai presupposti del commissariamento, Banca d’Italia ricorda che sono fissati dal Testo Unico Bancario “che fa riferimento a gravi perdite patrimoniali e/o a gravi irregolarità: solo in presenza di tali presupposti la Banca d’Italia può sottoporre le banche ad amministrazione straordinaria”. Tutto chiaro?

Ecco, il caso di Bene Banca contraddice palesemente questa spiegazione. Quando l’istituto di Bene Vagienna è stato commissariato (aprile 2013) godeva di ottima salute, come testimoniano anche i dati di bilancio: al 31 dicembre 2012 il margine operativo lordo era positivo per 12,6 milioni (+237% rispetto al 2011), il Roe era del 16,03%, le sofferenze ammontavano al 7% del totale crediti (la media delle banche era del 9,4%). Bilancio che non è stato impugnato dal commissario, che ha terminato il suo lavoro nell’aprile 2014 (13 mesi, il commissariamento più breve della storia) con un bilancio di fine procedura che, come scrive Bedino, “evidenzia una redditività complessiva positiva e un patrimonio in crescita, con un conto economico chiuso volutamente in perdita di 7,8 milioni per la mancata valutazione del portafoglio di proprietà a prezzi correnti”. Se il commissario avesse valutato i titoli in portafoglio alla banca ai prezzi di mercato avrebbe registrato una plusvalenza lorda superiore agli 11 milioni di euro e anziché una perdita si sarebbe registrato un utile di 500mila euro. Con tutta evidenza Bene Banca era perfettamente in grado di proseguire la propria attività e quello effettuato dalla Banca d’Italia è stato un commissariamento preventivo come lo hanno definito nelle loro sentenze sia il Tar del Lazio sia il Consiglio di Stato. Sentenze che hanno respinto i ricorsi contro il commissariamento, compensando però le spese di lite data “la peculiarità della vicenda”.

Se nel caso di Bene Banca è stato disposto un “commissariamento preventivo”, evidentemente il margine di discrezionalità in capo alla Banca d’Italia non è così ristretto come si vuole fare credere. E ancora meno credibile appare la spiegazione di Via Nazionale quando sostiene che un’azione “troppo tempestiva potrebbe indurre a commissariare un istituto ancora in grado di proseguire la propria attività”. Delle due l’una: o nel caso di Bene Banca l’autorità di vigilanza ha operato “al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento”, oppure nel caso delle quattro banche è intervenuta con grave ritardo. Ma non basta. Bedino nella sua lettera-denuncia richiama anche la lettera di Palazzo Koch al presidente della “Commissione di studio su Banca delle Marche” del 25 marzo scorso in cui Banca d’Italia precisa il modus operandi della vigilanza, improntato su un certo gradualismo. Se da un’ispezione emergono problemi, ma la banca ispezionata rispetta i requisiti patrimoniali – scrive Via Nazionale – il passo successivo consiste nell’invio al consiglio d’amministrazione di una “lettera d’intervento, contestuale alla consegna del rapporto ispettivo, in cui si elencano i provvedimenti da adottare”. Provvedimenti che variano a seconda delle carenze riscontrate: si può trattare di misure di contenimento del rischio, di richieste di sostituzione degli esponenti aziendali, di revisione del piano industriale, di aumento di capitale, di aggregazione con un’altra banca. Se le misure correttive richieste non vengono attuate o non sono sufficienti – scrive ancora Banca d’Italia – e si manifesta il rischio di un ulteriore peggioramento, “si dà luogo ad un’ispezione i cui esiti saranno determinanti per la successiva azione di vigilanza e che si rivelerà quindi decisiva” nel valutare se sussistano i presupposti per il commissariamento.

Nulla di tutto questo è accaduto nel caso della banca di credito cooperativo di Bene Vagienna. La banca è stata immediatamente commissariata in seguito alla prima ispezione senza che venisse nemmeno inviata la cosiddetta “lettera d’intervento” al consiglio d’amministrazione per chiedere la rimozione di esponenti aziendali o l’innalzamento dei requisiti patrimoniali o ancora interventi di contenimento del rischio. Non solo: Bedino denuncia il fatto che il rapporto ispettivo è stato notificato agli amministratori quasi un mese dopo l’insediamento del commissario, che si è insediato il giorno precedente all’assemblea ordinaria della banca chiamata a rinnovare le cariche sociali. “Perché – chiede Bedino – il protocollo procedurale non è stato adottato nel caso di Bene Banca? Se il problema erano gli esponenti aziendali, perché non è stata notificata una lettera d’intervento in cui se ne chiedeva la sostituzione?”. Domande che riportano al punto precedente: o nel caso di Bene Vagienna la Banca d’Italia ha operato al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento, oppure nella gestione delle crisi bancarie che hanno portato alla risoluzione dei quattro istituti (ma il ragionamento si può estendere ad altri casi, quali la popolare di Vicenza e Veneto Banca) l’autorità di vigilanza non ha fatto per tempo quello che poteva fare e che andava fatto.

E ancora non basta, perché il caso di Bene Vagienna è costellato di stranezze: dei conflitti d’interesse del commissario Giambattista Duso e del trasferimento di una grossa parte della liquidità di Bene Banca su un conto della Popolare di Vicenza abbiamo già diffusamente scritto. Ma a far discutere sono anche gli atti e l’iter deliberativo del commissariamento: i numeri di protocollo non corrispondono all’ordine con il quale gli atti avrebbero dovuto essere emanati. L’appunto per il Direttorio, rappresentando il rendiconto dell’attività di istruttoria interna e dunque il presupposto di ogni decisione, è stato protocollato solo successivamente alla proposta di commissariamento inviata al ministero dell’Economia. Tra i due atti – rispettivamente numero di protocollo 141236/2013 e 139339/2013 – ci sono ben 1.897 posizioni di differenza. E la proposta di commissariamento è stata protocollata ben prima anche del verbale di Direttorio (numero di protocollo 167633/2013) da cui la proposta stessa è scaturita. Dunque, anche dal punto di vista formale l’iter del commissariamento di Bene Banca risulta fortemente anomalo, tanto più che l’appunto per il Direttorio risulta addirittura sprovvisto di data. Queste anomalie procedurali sono state oggetto di denuncia per falso ideologico e falso materiale, ma – sottolinea Bedino – la denuncia, dopo essere stata rubricata contro ignoti, “è stata oggetto di richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero il giorno stesso della sua ricezione, senza l’avvio di un’ancorché minima indagine”.

Il caso di Bene Banca, oltre a essere un macroscopico esempio di giustizia negata,  mostra nel concreto tutte le contraddizioni del sistema Banca d’Italia che annichilisce i soggetti più deboli non curandosi di rispettare le procedure e, invece, laddove vi sono interessi forti da tutelare si mostra conciliante e non interviene se non quando ormai è troppo tardi. Un atteggiamento molto italiano le cui conseguenze, al solito, vengono pagate a caro prezzo proprio da quei quei soggetti – i risparmiatori – che la Banca d’Italia è chiamata a tutelare.