Gran parte dei programmi che vediamo sulle Tv, esclusi quelli d’informazione, sono acquistati e non prodotti dalle stesse Tv, come si faceva agli albori della televisione. Le fiction e i film sono spesso d’importazione, dagli Usa in particolare, ma un peso sempre maggiore ha la nostra industria dell’audiovisivo. Industria che si sta consolidando e coinvolge direttamente più di 2mila addetti.

Il fatturato delle prime 50 società audiovisive (i dati sono tratti da una ricerca dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) è valutato in 650mni€. Le prime 10 società raggiungono il 54% di quota di mercato, confermando che il settore è piuttosto frammentato, a differenza dei loro clienti, le poche grandi Tv nazionali (Rai, Mediaset, Sky, La7).

Il fatturato dell’audiovisivo è pari a circa il 10-12% del totale delle risorse televisive: una quota ancora bassa, causata dall’elevato livello delle importazioni e dall’assenza, esclusi casi isolati (come Il Commissario Montalbano), di vendite delle nostre fiction all’estero. Il settore ha fatto passi da gigante, in tutte le componenti (dagli autori e registi, agli attori), ottenendo alcune punte di eccellenza (per esempio Romanzo Criminale, lo stesso Montalbano, Braccialetti rossi), seppure vi sono ancora tante serie di scarso livello. Manca ancora la capacità di produrre una buona fiction di livello più popolare (in particolare nella lunga serialità), quella più esportabile.

Il dato di fondo è che aumenterà a dismisura la tendenza delle Tv a comprare (anche tramite le coproduzioni) programmi e format. La prerogativa delle società di produzione è avere strutture molto snelle, specializzate, a differenza della “pesantezza” dell’organizzazione dei grandi network. L’esternalizzazione della produzione è certamente vantaggiosa sia per garantire la qualità del prodotto che per la possibilità di comprimere i costi (quelli “sotto la linea”, cioè i costi di produzione, ma anche quelli pertinenti la componente artistica e creativa). I grandi network fra “buy or make” prediligono quindi la prima scelta, ciò crea alla Rai in particolare grandi problemi poiché ha un numero di dipendenti esorbitante (frutto di quando la produzione era prevalentemente interna).

Non si pensi che le Tv siano subordinate alle società di produzione: le seconde “vivono” solo grazie alle poche Tv loro clienti, mentre le Tv possono spaziare in un parco di produttori, come visto, piuttosto ampio, anche se poi si creano, di fatto, rapporti quasi esclusivi con alcuni in base alla reciproca fiducia.

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In Italia si trasmettono (vedi il secondo grafico) film e fiction di origine americana ed europea in egual misura (il 45% della programmazione). La quota di produzione nazionale è pari al 18%, superiore alla quota del mercato audiovisivo rispetto alle risorse Tv che, come detto, è il 10-12%. Nel Regno Unito la quota è pari al 32% e in Francia al 28%. Nel primo paese c’è una consolidata e ricca industria dell’audiovisivo, agevolata anche dalla lingua e da un mercato amplissimo. In Francia vige uno stringente sistema delle “quote nazionali” (anche le radio devono trasmettere una quota fra il 35 e il 60%, di canzoni in lingua nazionale), cioè le Tv hanno l’obbligo di trasmettere un’elevata quota di opere europee (60%) e nazionali (il 40%) e di investire sulla produzione europea e nazionale (il 20% del fatturato per il servizio pubblico e il 15% per i canali in chiaro). Questi obblighi sono presenti anche in Italia, ma in misura inferiore (15% del fatturato per la Rai e il 10% per le Tv commerciali e pay). La Rai dovrebbe comunque aumentare l’impegno sulla produzione nazionale, non come impegno ma per suo naturale compito.

La trasposizione del modello francese in Italia è difficilmente praticabile; il sistema complessivo della comunicazione si sbloccherà solo con la nascita, al momento nemmeno all’orizzonte, di un altro forte broadcast nazionale, cioè quando ci sarà nel sistema televisivo nazionale una vera concorrenza.

 

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