di Marco Di Donato – Centro di ricerca Unimed

Dopo i fatti di Bruxelles era doveroso provare a capire di più. Le improvvisate analisi televisive, la rincorsa allo scoop, all’immagine più cruenta per attirare lettori o spettatori, non potevano rappresentare la sola risposta. Così mi sono rivolto ad un collega, di più: un amico, che lavora a Londra, presso gli uffici della prestigiosa IHS Jane’s, un esperto di terrorismo internazionale: Ludovico Carlino.

bruxelles_675

Il primo punto affrontato insieme è stato quello relativo alle falle di sicurezza dell’intelligence belga. Ho scoperto che a livello europeo non esiste un comando centrale che coordini operazioni di anti-terrorismo o condivida informazioni d’intelligence: ogni singolo Stato agisce individualmente o con un approccio per lo più bilaterale. Per chi ha una seppur minima nozione di lingua araba si può facilmente comprendere quale sia il dramma di avere, ad esempio, due o tre traslitterazioni diverse per uno stesso nome e cognome di un presunto terrorista il quale in alcuni database francofoni risulta (sto inventando) Achraf ed in altri database anglofoni viene menzionato come Ashraf. Noterete che la differenza non è di poco conto: una lettera può mutare tutto.

Chiarito questo primo aspetto, siamo passati al presunto addestramento militare di questi soggetti ed alla disponibilità, apparentemente molto alta, di ottenere armi e munizioni. Come fanno semplici ragazzi di periferia a divenire pericolosi terroristi? Entrambi nella discussione abbiamo convenuto che inevitabilmente la criminalità locale. Mi è stato portato ad esempio il mercato nero dietro la Gare Midi a Bruxelles, luogo che sembra aver giocato un ruolo fondamentale negli attentati di Charlie Hebdo. E’ poi sempre nell’ambiente criminale (spaccio di droga, furti, rapine) si recuperano inoltre soldi per acquistare il necessario. Una contraddizione clamorosa con i dettami dell’Islam dunque, superata però, a detta dei terroristi, in nome di una presunta missione sulla strada di Dio.

Più complessa la questione relativa all’addestramento.

Secondo il mio interlocutore sono alcuni mesi che informazioni d’intelligence ed una serie di indicatori rivelerebbbero l’esistenza di una sorta di ramo esterno dello Stato Islamico, ossia un gruppo di combattenti del gruppo spediti da Siria ed Iraq direttamente in Europa con l’obiettivo attaccare “il cuore della cristianità e dei crociati”. Ci sarebbe dunque questo network, tra l’altro incaricato di reclutare costantemente nuove leve, dietro i recenti attacchi nel cuore dell’Europa.

Ma se andassimo oltre le speculazioni? La risposta è, quasi inevitabilmente, nei foreign fighters. In Belgio parliamo di circa 400/500 persone. Attenzione però: non tutti i foreign fighters sono o sono stati combattenti del Califfato. In ogni caso i rientranti combattenti dello Stato Islamico sarebbero i principali mentori delle varie cellule locali creando una parcellizzazione del fenomeno che lo rende realmente difficilissimo da debellare.

Eppure mentre lo Stato Islamico parrebbe avanzare in modo preoccupante in Europa, in Siria ed Iraq continua a perdere terreno. Le notizie di Palmira sono sulla bocca di tutti e sembra che il cerchio si stia stringendo anche intorno a Mosul anche se per quanto riguarda il feudo sunnita l’operazione sarà di lungo periodo. Paradossalmente però chi ci garantisce che un indebolimento dello Stato Islamico in Siria ed Iraq non porti, di conseguenza, all’intensificazione delle operazioni in Europa? Nessuno. Gli scenari (a partire dall’evoluzione della situazione in Libia) sono troppo mutevoli e troppo complessi.

Temo che fra poche settimane, se non giorni, sarò costretto ad una nuova telefonata internazionale.