Non c’è bisogno di andare negli Stati agricoli dell’America per trovare allevamenti ultra-intensivi e numeri impressionanti di animali concentrati in poco spazio. L’Italia vanta infatti l’allevamento di galline a terra più grande del mondo. Ma anche il settore dei polli in Italia non scherza a numeri, con 450 milioni di animali macellati ogni anno e un mercato che per quasi due terzi è in mano a due sole aziende.

Ormai l’allevamento di animali nei paesi occidentali non è più legato a situazioni ruspanti e piccole stalle. Gli allevamenti intensivi dominano il mercato e forniscono la quasi totalità di ciò che finisce sulle tavole delle persone. Si tratta spesso di grandi aziende che lavorano su numeri incredibili di animali e che smuovono grosse cifre di capitali. Aziende che fanno parte a tutti gli effetti del mondo finanziario, che oltre a vendere i loro prodotti, sono infatti quotate in borsa.

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Foto di Essere Animali/Italia 2015 o simile

Non è quindi un caso che sia recentemente nato un movimento di disinvestimento legato agli allevamenti intensivi, sviluppato dalla stessa ong che è già riuscita a convincere il mondo di azionisti e finanziarie a togliere il “carburante finanziario” ai combustibili fossili. Dopo tutto non è una novità che sia l’economia a far girare gran parte delle scelte aziendali, sociali e persino dei governi. Lo abbiamo sperimentato con il boicottaggio e il consumo critico, basato sul concetto di far calare gli acquisti di aziende criticate per determinate pratiche o per incentivare nuovi settori finora non abbastanza sviluppati. Ma il movimento per il disinvestimento lo ha portato ad un altro livello: convincendo chi può fare grossi investimenti a dirigerli verso determinati settori, evitandone altri come appunto i carburanti fossili. E da oggi anche gli allevamenti intensivi.

Nessuno stupore se pensiamo che gli allevamenti intensivi sono causa di sofferenza per miliardi di animali, concentrati in numeri sempre più alti in spazi estremamente ridotti, costretti ad una breve vita di privazione totale di movimento e possibilità di relazione, chiusi in capannoni in cui il sole o il vento non riescono a entrare. Ma non solo, l’allevamento di animali viene definito la principale causa di emissioni di gas serra a livello globale (dati Fao), deforestazione e spreco di risorse idriche e di suolo. Così come l’attuale consumo di carne e prodotti animali è legato alla diffusione di molte malattie vascolari, cardiache e persino di alcuni tumori, andando quindi ad incidere non solo sulla salute generale ma anche sulle spese sanitarie nazionali.

Tutti buoni motivi collegati tra loro per iniziare a rivedere e modificare la dieta collettiva, tanto quanto il disastro provocato dai combustibili fossili ci sta costringendo a rivedere le politiche legate ai trasporti, alla mobilità e alla produzione.

E il futuro degli imperi della carne sembra quasi segnato. Almeno lo dicono alcuni analisti del Nasdaq, la borsa americana, sconsigliando investimenti nel settore. E lo dice un report estremamente dettagliato diffuso da Fairr e intitolato “Allevamenti intensivi: valutazione di rischio nell’investimento”.

Questo report è diretto a chi opera nel settore finanziario, invitando per diversi motivi a non investire nelle produzioni animali di qualunque tipo. Vengono infatti sempre più considerate operazioni a rischio: per motivi ambientali, di salute pubblica, ceppi virali che possono piegare un settore in breve tempo e bloccarne il mercato, ma anche per un cambiamento di percezione delle persone riguardo gli animali e la propria alimentazione.

È presto per poter giudicare gli sviluppi di questo nuovo approccio verso la fine degli allevamenti intensivi, ma siamo certi che con l’adesione già ottenuta di grossi gruppi finanziari internazionali grosse somme di denaro andranno altrove, unendosi alla forza che già i consumatori stanno mettendo in campo ogni giorno con le proprie scelte.

Perché, ricordiamocelo, possiamo lamentarci quanto vogliamo che troppe cose vengano spinte dagli interessi economici e politici, ma sta anche a noi ogni giorno decidere coscientemente quale tipo di mondo vogliamo contribuire a far andare avanti. Armamenti, petrolio e combustibili fossili, deforestazione, allevamenti intensivi, inquinamento idrico, bracconaggio ed estinzione di animali, perdita della biodiversità. Se decidiamo in tanti di dire no, qualcosa potrà cambiare.