Ha venduto tutto quanto possedeva. Mucche, capre e agnelli per un viaggio di tre anni e poco più, ritorno compreso. Non c’è nulla di peggio, per un Peul come Diallo, che vendere il proprio bestiame. Una vergogna riconosciuta e nascosta ai più prima di partire. Neanche la moglie Aicha sapeva che il padre dei suoi figli partiva. La piccola di nome Amina era appena nata quando il padre è andato in cerca di un paese lontano. Ha cominciato con la Gambia, nazione improbabile incuneata nel territorio del Senegal. Poi è la volta della Costa d’Avorio, il Mali, il Niger, l’Algeria e infine il Marocco. Passaggi e paesaggi di confine fino al valico del Mediterraneo. Fanno 1.500 euro con una nave di trasporto con Diallo nascosto nel baule di un auto. Dice che durante la traversata pensava agli animali che aveva venduto per poi trovarsi in un baule. Lui, Diallo, abituato a far pascolare il gregge nelle savane della nativa Guinea. Temeva di aver perso tutto.

L’altro figlio, il primogenito di sei anni, si chiama Karim. Aicha non sapeva della partenza e Diallo non l’ha informata del suo progetto. Neppure poteva pensare che il marito avesse venduto gli animali per partire in Europa. Non si sarebbe mai aspettata che suo marito, un Peul diplomato in Scuola Coranica, vendesse la più preziosa ricchezza. C’è simbiosi e vita comune con gli animali che percorrono le stesse piste. Diallo sentiva di aver tradito la fiducia riposta nella tradizione dei suoi padri. Arriva a Valencia e poi scivola fino a Barcellona. Con l’aiuto di uno sconosciuto per la circostanza, viaggia in treno per la prima volta. Scopre di trovarsi a Dortmund in Germania. Ha freddo, non ha documenti, vive di nascosto, di solitudini e non trova lavoro. Diallo chiede allo stesso sconosciuto di farlo tornare in  Spagna. Da lì, stavolta, viaggia in coperta per non perdersi l’orizzonte dell’Africa che si allontana avvicinandosi. Passa a ritroso la frontiera con l’Algeria.

Diallo si era ammalato a Tamanrasset in Algeria ancora nel viaggio di andata. Da allora non si era più rimesso dalla nostalgia dei figli e degli animali. Quanto alla giovane Aicha, sposata secondo le usanze del suo popolo, non era stata consultata prima del viaggio. Temeva che avrebbe potuto fargli cambiare di proposito e di itinerario. Aveva appena dato alla vita Amina, nome che vuol dire degna di fiducia. Per questo non le detto nulla e neppure gli dispiaceva poi tanto. Semmai si sentiva in colpa per Karim il primogenito che, sempre secondo lui, avrebbe dovuto seguire i suoi passi di pastore. Elegante, raffinato, di buone maniere, amabile, questo è quanto il nome Karim vuol dire per Diallo. Gli avrebbe insegnato come si diventa pastore camminando dietro a lui. Assieme agli animali, al gregge che suo padre gli aveva lasciato in eredità. Tre anni passano presto ora che Aicha ne ha non meno di 19, Karim 6 e Amina un soffio più di 3.

Sulle strade di Niamey passano le mandrie di buoi, capre di ogni tipo e greggi di agnelli. Le macchine rallentano e i camion si fermano al loro passaggio. Diallo è contento di tornare al paese e conta con una nuova avventura pastorizia da suo zio, proprietario di buoi. Questi ultimi, almeno a Niamey, sono tra i pochi a prendere sul serio i semafori che non funzionano. Altri, sempre di colore rosso, non li crede più nessuno, e allora neanche i buoi. Sulla strada del ritorno la polizia, i doganieri e persino un mendicante hanno aiutato Diallo a continuare il viaggio. Sottovoce chiede se per caso non poteva trovare alla missione un altro paio di pantaloni da mettere perché quelli che portava erano da deserto. La maglietta era invece l’unico ricordo della Germania che portava a casa. Si trattava della maglia del Borussia di prima generazione. Il cellulare l’aveva venduto da tempo anche per non farselo sequestrare alla frontiera col Niger. Dice che non vede l’ora di tornare a casa.

Niamey, Pasqua 016