Iron Maiden, Bob Dylan, James Brown, Rod Stewart, Michael Jackson. A sfondare nel mondo della finanza oltre che nelle hit parade ci hanno provato tante leggende della musica. Ad esserci riuscito per davvero però è stato solo uno: David Bowie. E’ all’artista londinese infatti che si deve l’intuizione e la creazione dei cosiddetti celebrity bond, titoli obbligazionari legati agli incassi di una star del firmamento musicale. Bisogna tornare al 1997, venti anni fa che sembrano molti di più se si considerano gli stravolgimenti, non sempre solo positivi, che internet ha prodotto anche nel mondo della musica.

All’epoca le avvisaglie del terremoto ci sono già. Solo due anni dopo compare in rete Napster che consente la condivisione di musica in rete senza costi per l’utente. I più accorti protagonisti del panorama musicale si rendono conto che è una fase critica, in cui svaniscono vecchi schemi e si aprono nuove soluzioni. Tra questi c’è appunto Bowie, che pochi anni dopo in un’intervista al New York Times del 2002 spiegherà: “Nei prossimi 10 anni il mondo della musica subirà una trasformazione radicale che cambierà il mondo della musica come lo conosciamo oggi, e nulla può arrestare questa rivoluzione. Sono ad esempio convinto che sparirà il concetto dei diritti d’autore, la stessa musica diventerà un servizio erogabile come fosse acqua o elettricità. Quindi bisogna sfruttare questi pochi anni che rimangono”.

Bowie però era già passato dalle parole ai fatti. Il cantante inglese era ancora titolare dei diritti sulle sue opere e poteva contare su una discografia imponente. Nel 1997 si rivolge quindi a David Pullman, finanziere californiano specializzato in prodotti finanziari innovativi. Prendono così forma i “Pullman bond”, titoli obbligazionari le cui cedole verranno pagate con i futuri proventi dei diritti su 25 dischi di David Bowie registrati tra il 1969 e il 1990. Chi li emette ha il vantaggio di incassare subito ipotetici guadagni futuri.

E’ la classica formula delle cartolarizzazioni che dieci anni dopo diverranno tristemente famose per i titoli costruiti intorno ai proventi delle rate dei mutui immobiliari statunitensi ma che all’epoca risulta piuttosto innovativa. I bond legati alle royalties di Bowie sono stati emessi per un ammontare di 55 milioni di dollari, pagano interessi del 7,9% e hanno ottenuto inizialmente un buon rating (A3) dall’agenzia Moody’s, che li ha giudicati quindi piuttosto sicuri. Si tratta di titoli “self-liquidating”, ossia bond in cui i proventi generati attraverso il progetto finanziato (in questo caso i diritti sui dischi) ripagano via via anche il capitale che declina così anno dopo anno.

I titoli di Bowie non sono finiti sul mercato e non sono stati venduti a piccoli risparmiatori. Ad acquistarli privatamente è stato infatti il gruppo assicurativo Prudential insurance co. of America che non ha mai fornito indicazioni sui risultati di quell’investimento. Nei primi anni 2000 la pressione di internet sull’industria discografica è diventata fortissima e i ricavi per artisti e produttori si sono erosi rapidamente. Soltanto nel 2014, con il proliferare degli abbonamenti ai servizi di streaming on line, questo trend ha mostrato un qualche segnale di inversione di tendenza. Nel 2004 intanto Moody’s ha tagliato il rating dei Bowie-bonds e lo ha portato a Baa3, appena sopra il livello “junk” che contraddistingue gli investimenti più a rischio di insolvenza. I Bowie bond si sono esauriti nel 2007, come da scadenza prefissata.

L’esempio di Bowie è stato seguito da un altro manipolo di grandi nomi della musica. In pochi anni emisero titoli dello stesso tipo James Brown, Marvin Gaye e Rod Stewart, sempre con la regia di Pullman. Nel 1999 il gruppo heavy metal degli Iron Maiden piazzò sul mercato bond per 20 milioni di dollari basati sui diritti di album incisi in oltre vent’anni di carriera. Si parlò di prodotti finanziari di questa natura anche per Michael Jackson o Nash and Young, sempre a causa dei cambiamenti legati all’avvento della musica on line. Il momento d’oro dei celebrity bond però durò poco e non se ne fece nulla. Tuttavia prodotti finanziari dalla struttura simile sono stati utilizzati per altre forme di produzioni artistiche e intellettuali. Esistono bond che si ripagano con diritti cinematografici, con le strisce comiche dei “Peanuts”, con i brevetti farmaceutici o persino con gli incassi di catene di ristoranti in franchising.