renzi e al-sisi

Matteo Renzi insieme al presidente egiziano al-Sisi. “Credo al-Sisi sia un grande leader”, ha dichiarato Matteo Renzi a al-Jazeera nel luglio 2015. “Sono orgoglioso della nostra amicizia”

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Le autorità egiziane hanno offerto all’Italia varie spiegazioni per la morte di Giulio Regeni, il dottorando di Cambridge scomparso al Cairo la sera del 25 gennaio e ritrovato in un fosso il 3 febbraio. E’ stato un inciden­te stradale, hanno dichiarato in un primo momento. E’ stata un’operazione del Mossad per sabotare le rela­zioni con l’Italia, uno dei maggiori partner economici dell’Egitto, hanno dichiarato poi, è stato il tentativo dei Fratelli Musulmani di destabilizzare il paese. E’ stato l’Isis. E’ stato un festino di droga, una rapina, una que­stione privata, forse un rivale in amore. Un debito non saldato. In fondo, l’avevano promesso: tratteremo questo caso come se fosse il caso di un cittadino egiziano.

Non avremo mai la verità.

Ma in fondo, la verità non conta. Perché la verità di Giulio Regeni in realtà, ritrovato con fratture e bruciature di siga­retta ovunque, sei costole spezzate, le orec­chie moz­zate, un’emorragia cerebrale, è una verità che cono­sciamo già: è la verità delle centinaia di egiziani di cui parlano i rapporti di Amnesty International. Non ab­biamo bi­sogno di alcuna inchiesta sull’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Sappiamo perfettamente che è vietato protestare, che si viene arrestati per niente, che si sparisce. Che la polizia in piazza spara. In carcere tortura. Che il parlamento non esiste. Sappiamo tutto – se non altro perché nessuno va più in vacanza a Sharm el-Sheik. Il problema è che essere con o contro al-Sisi, in Europa, non significa essere con o contro i diritti uma­ni: significa essere con o contro l’Islam. E quindi la verità non conta. Quando l’e­sercito, il 3 luglio 2013, ha ro­vesciato Mohamed Morsi, presidente eletto con regolari e democratiche elezioni, nessuno di noi giornalisti occidentali ha scritto che si era avuto un colpo di Stato: quello che avremmo tutti scritto, invece, se fosse stato l’islamista Mor­si a rovesciare il laico al-Sisi – mezz’ora, e sarebbero iniziati i bombardamenti americani. Ma tutto è meglio dei Fratelli Mu­sulmani.

In Egitto, in Siria, in Algeria. A Gaza. Tutto è meglio dell’Islam.

Perché gli al-Sisi, i Mubarak, è ovvio, sono convenienti. Sono lo strumento più semplice per tutelare i nostri affari. L’Italia ha in Egitto 2,6 miliardi di dollari di investimenti. L’Eni ha appena scoperto un giacimento di gas del valore di oltre 100 miliardi di dollari. Morsi ha certamente com­piuto molti errori: cosa normale, d’altra parte, per uno chiamato a governare dopo decenni di regi­me autori­tario un paese di 80 milioni di abitanti con l’economia al collasso – ma il suo vero errore, l’errore per cui è in carcere da mesi, e a nessuno importa, è stato uno solo: fermare Israele, durante la seconda guerra di Gaza. Costringerlo al cessate il fuoco. Morsi ha mostrato al mondo cosa significa un Egitto libero e forte. Un Egitto capace di tenerci testa. Di negoziare, non solo di concordare. Di subire.

Morsi ha mostra­to al mondo che la primavera araba non avrebbe cambiato solo il Medio Oriente.

Senza al-Sisi, l’Egitto sarebbe crollato, dicono i nostri giornali. Forse non è il migliore dei presidenti – ma gli arabi, no?, non sono adatti alla democrazia. Al-Sisi ha ripristinato la stabilità. Ma difen­dendo al-Sisi in realtà non di­fendiamo l’Egitto, difendiamo noi stessi. Non la stabilità, ma lo status quo.

Non c’è ruolo peggiore, per chi scrive per i giornali occidentali, che essere corrispondente dal Medio Oriente. La maggioranza dei tuoi lettori, e sfortunatamente, anche dei tuoi editor, di quelli che da Roma, da Londra da Washington, decidono cosa pubblicare, cosa sta succedendo nel mondo e cosa no, sa già tutto. Nella loro vita sono stati al più una settimana al mare a Djerba, e non saprebbero dirti il nome di un regista, un romanziere, un musicista arabo, non saprebbero individuare lo Yemen su una mappa, ma non hanno dubbi: in Medio Oriente le donne sono oppresse, sharia significa tagliare la mano ai ladri e frustare gli infedeli in piazza, ed è inutile insistere, sprecare i soldi delle nostre tasse provando a esportare la democrazia: sunniti e sciiti si odia­no da sempre, e l’uni­ca cosa che hanno in comune è che vogliono distruggere la nostra libertà. Perché l’Islam è una religione di sangue e morte. E natu­ralmente, è un’im­posizione. Per questo gli arabi affollano le mo­schee: perché sono costretti. Gli islamisti ricattano la popolazione locale offrendo servizi sociali. Anche se poi – è curioso: c’è un partito in Europa che somiglia ai Fratelli Musulmani, ha la stessa struttura: è Syriza. In Grecia. Il partito a cui tutta la si­nistra europea vorrebbe somigliare, e che ad Atene gestisce mense, asili, am­bulatori. Offre servizi sociali di ogni tipo. Però i greci votano Syriza per scelta: gli egiziani no, invece, gli egi­ziani votano i Fratelli Musulma­ni solo perché sono poveri.

Inutile girarci intorno: gli arabi, tutti gli arabi, sono i neri di questo secolo.

Contro gli arabi tutto è permesso.

L’assassinio di Giulio Regeni non ha cambiato niente. Sapevamo già cosa è l’Egitto di al-Sisi. E ora, quello che vogliamo è giustizia per Giulio Regeni: nient’altro. Il suo assassinio ci ha colpito perché nonostante tutto quello che ci accade intorno, quando viviamo in paesi come l’Egitto, come stranieri sentiamo di avere una sorta di immunità. Giornalisti, ricercatori, cooperanti: al più possiamo essere arrestati: ma torturati e uccisi, no – quello capita solo agli arabi. E quindi l’Italia in queste settimane non ha mai pensato di fare la cosa più ovvia: congelare le relazioni economiche con l’Egitto. Usarle come strumento di pressione. Perché in realtà quello che i governi come il nostro intendono, quando chiedono giustizia per Giulio Regeni, è questo: non la tu­tela dei diritti umani, ma della nostra immunità. Della nostra posizione privilegiata.

Si tratti dell’Eni o di un dottorando.

Perché è per questo che abbiamo voluto al-Sisi.

Perché garantisse la stabilità non dell’Egitto, ma dei nostri interessi.

Il 18 febbraio Mohammad Sayyid, 24 anni, tassista, è stato ucciso con un proiettile in testa da un poliziotto suo passeggero che non voleva pagare la corsa. Secondo le autorità egiziane, il colpo è partito per sbaglio. Nessun giornale ha riportato la notizia, anche se quel giorno avevano tutti avevano pagine e pagine dedicate all’Egitto, perché è il giorno in cui siamo stati tutti invitati ad appendere uno striscione giallo fuori dalla finestra: uno striscione che dice “Verità per Giulio Regeni”. Ma solo per Giulio Regeni.