Non sappiano quanto durerà – per sua volontà – il pontificato di Francesco. Lui stesso ha detto che il suo orizzonte è di quattro o cinque anni. Ma da ieri sappiamo qual è il suo testamento spirituale. La preghiera alla croce, da lui pronunciata il Venerdì Santo, riassume in maniera pregnante e comprensibile a tutti cosa significa essere cristiani oggi. Che cosa fare nella propria cerchia e nella società per dare testimonianza del messaggio del Vangelo. E che cosa non fare.

Chiudere gli occhi o fermarsi alla retorica delle deplorazioni dinanzi agli innocenti uccisi e perseguitati. Lavarsi le mani come Ponzio Pilato davanti alle donne, ai bambini, agli esseri umani tutti che fuggono sfiniti dalla guerra e dalla fame. Voltarsi dall’altra parte dicendo “non tocca a me … niente quote di accoglienza obbligatorie (come dichiarano tanto stati europei) … stiano a casa loro”. O “costruiamo un muro”, come predica Donald Trump.

Manipolare il nome di Dio, piegandolo agli interessi di ideologie fondamentaliste e di strategie terroriste. Fingere di non vedere gli interessi economici che muovono le guerre. Ergersi a giudici inflessibili delle colpe altrui e poi lasciare che scorrazzino indisturbati ladroni e corrotti. Assistere senza battere ciglio all’emarginazione di intere generazioni e al degrado dell’ambiente, che si tramuta in degrado sociale.

Non manca, nella denuncia del pontefice, il male oscuro degli abusi che si annida nell’omertà clericale: il crimine di coloro che “svestono perfino gli innocenti della loro dignità”.

C’è un perfetto equilibrio in questa preghiera pronunciata alla presenza del popolo. Folla riunita davanti al Colosseo, simbolo per eccellenza (benché storicamente incerto) del martirio-testimonianza. L’equilibrio fra il dito puntato contro gli egoisti, i crudeli, gli ipocriti, gli assetati di potere e vanità e la mano che indica il cristianesimo vissuto degli uomini e delle donne del quotidiano.

Suore che soccorrono i derelitti senza farsi pubblicità. Preti che negli spazi urbani desertificati  rappresentano spesso l’unico punto di riferimento solidale. Volontari e semplici persone per bene, che nutrite della loro fede, danno esempio di giustizia e condivisione, soccorrendo “bisognosi e percossi”. Coniugi che non mollano, fedeli sereni, persone capaci di pentimento rompendo la corazza dell’autoreferenzialità, uomini e donne che attraversano la “notte della fede” sena perdere lo stimolo della ricerca. Perseguitati che non si arrendono e danno in silenzio testimonianza del loro credo.

C’è spazio in questa preghiera – ed è il grido del pontefice argentino a non cedere al dominio del pensiero unico selvaggiamente liberista – per un elogio dei “sognatori che vivono con il cuore dei bambini e lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto”. E’ l’appello a non piegarsi al darwinismo sociale, a non scivolare mai nell’odio, l’esortazione a insistere per progettare una società equa e inclusiva.

Intabarrato nel suo cappotto bianco, come stretto in una corazza per difendersi dal Maligno e dai maligni, papa Francesco ha parlato ai fedeli, ma in realtà ha parlato a tutta la società quale che sia il credo o la visione filosofica dei contemporanei. Perché a ripercorrere i punti di meditazione, che scandiscono la sua preghiera, salta agli occhi che rappresentano gli snodi cruciali dell’esistenza odierna e chiamano a quella che gli antichi stoici definivano “filantropia”: solidarietà ed empatia per l’essere umano ovunque sia, in qualsiasi condizione si trovi. E questo era ed è un concetto profondamente laico. Il crinale che distingue chi è a favore di una società per l’uomo e chi considera gli esseri umani “lupi l’uno verso l’altro”.

In fondo quello che conta, diceva Francesco all’ateo Scalfari, è lo spartiacque che ognuno nella propria coscienza costruisce tra il bene e il male.

Chi un domani vorrà sapere qual è il retaggio di Bergoglio a un cattolicesimo che cammina a passi incerti nel primo scorcio del XXI secolo, troverà in questa preghiera-testamento la risposta. E’ il messaggio ad una Chiesa, che fatica a imboccare la via di un rinnovamento coerente. E a una società immersa nei dolori e ignara se siano quelli del parto.